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lunedì 9 ottobre 2017
Ampio e inclusivo
Adesso uno può dire che si tratta del vizio eterno della sinistra divisiva. Lo diranno tutti quelli che negli ultimi giorni avevano avuto un rigurgito priapico all’idea del Nuovo Ulivo, insomma gente, e colleghi, risolutamente abituati alla marcia indietro e allo specchietto retrovisore e che vorrebbero affrontare il secondo ventennio del 2000 come l’ultimo decennio del novecento. Io invece vorrei parlare, all’opposto, dell’eterno vizio della sinistra “ampia e inclusiva”. Siccome non abbiamo uno straccio di idea comune, pardon,non abbiamo uno straccio di idea, mettiamo insieme più sigle e più “personalità”, anche se la parola affiancata ai nomi che circolano fa un po’ ridere, cosicchè i famigli e i liberti di questi clan assommati si trasformino in una massa critica e dagli atomi nasca il soggetto. Nei fatti si trattava di mettere insieme chi ha dato il via ai comitati per il no al referendum costituzionale, chi è uscito da un partito perchè si è schierato contro quella riforma, chi l’ha pubblicamente appoggiata per andare ad un accordo di governo con chi l’ha scritta. Ma che senso ha? Come si poteva immaginare che chi non condivide una Costituzione potesse, dovesse condividere una prospettiva politica, un programma, se non immaginando ambedue come un bassissimo cabotaggio nel mondo flou del politicamente corretto? E’ di questo che abbiamo bisogno? Perchè di una forza di sinistra si può tranquillamente fare a meno come, volenti o nolenti, si è fatto in questi anni. A meno di non voler agire un programma di sinistra alla Corbyn. Ed un programma di sinistra, significa in primo luogo schierarsi contro, spazzare via chi ha gestito la desertificazione della sinistra, i Blair i Brown i Milliband locali. Se no, come si dice nella capitale, è un cazzo e tutt’uno. Sento l’obiezione. E allora D’Alema e Bersani? Bravi! Avete capito, anche voi,che ampia e inclusiva la sinistra non può nè deve essere, se non dei problemi e dei dolori dei suoi elettori e delle risposte da proporgli. Se no, l’indistinto ampio e inclusivo c’è già, almeno dal 2013.
giovedì 5 ottobre 2017
Una cagata pazzesca
Il villaggio Potemkin è una cagata pazzesca. Perchè a differenza del capolavoro cui il Villaggio con la maiuscola rendeva omaggio replicandone la ribellione, ti nasconde la realtà della carne marcia. Come forse saprete il villaggio è una fake news al quadrato. La falsa storia di un villaggio falso che veniva costruito in Russia per far vedere alla zarina come le cose andavano bene. Ed è in questo falso su falso che è incappato Ezio Mauro nel suo meritorio sforzo di dare un senso alla sinistra di oggi. All’indomani delle elezioni tedesche Mauro si chiedeva sgomento se qualcuno sapesse delle difficoltà economiche che spiegavano l’affermazione dell’Afd e il tracollo della SPD. Una domanda più che giusta se non fosse venuta dall’uomo che ha avuto per un ventennio nelle mani lo strumento per raccontare a tutti, almeno da noi, come stavano quelle cose invece di additare la Germania a modello. Mauro ha dunque scoperto la falsa facciata del villaggio economico chiamato economia sociale di mercato, il trademark berlinese, ma non ha ancora scoperto di averne fatto parte, aggiungo, conoscendolo, in perfetta buona fede. Perchè nell’altro suo articolo, la sinistra senza compagni e senza storia, Mauro pensa ancora oggi che in quei suoi, e miei, lunghi anni che coincidono con la vittoria dell’Ulivo prodiano la sinistra italiana abbia esercitato il ruolo di spina dorsale di un sistema malato per tutto il lungo periodo della crisi economico-finanziaria dell'Occidente. “Perchè -aggiunge- non c'è coscienza che la responsabilità politica e istituzionale sia la forma moderna di un riformismo governante”. Non c’è dunque un dubbio che l’azione che si snoda dalle leggi Treu a quelle Poletti, passando per Fornero, che l’azione di Ciampi, “la moneta unica sarà un chiodo per arrampicarci o a cui impiccarci”, passando per quella di Padoa Schioppa, “bisogna attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l'individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna” per approdare alla riforma costituzionale di Renzi e Pisapia, non sia stata una specie di resistenza al dilagare delle forze che hanno ridotto così la Germania, e quindi figuratevi gli altri, bensì una sua componente decisiva. Che quella spina dorsale dell’hombre vertical sia stata andreottianamente incurvata fino a divenire quella di Riccardo terzo. A Mauro, come a voi, debbo l’ammissione esplicita di aver condiviso con lui l’apprezzamento per il villaggio in cui mi sono aggirato dal 96 al 2011, accecato dall’orrore che il berlusconismo aveva sparso al di fuori di quelle vie di cartapesta. Ma la lettera dei governatori Trichet e Draghi quel fondale lo ha lacerato con tanta evidenza che perfino io l’ho capito. Continuare a percorrere quelle vie invece di Villaggio e Salce finisce per far pensare a Fellini e al tragico patetico Sordi, nel dopo carnevale dei Vitelloni. Sordi, si quello della pernacchia ai lavoratori
lunedì 25 settembre 2017
C'è un giudice a Berlino
Adesso tutti vi staranno parlando della sorpresa tedesca. Si aspettavano l'accordo conclusivo della fanfara sulla fine della crisi, più o meno il classico chi ha avuto, ha avuto, ha avuto. L'ultimo chiodo sulla bara dei populismi sconfitti(?) nelle elezioni del 2017. E invece le cose sono andate a Berlino esattamente come sono andata a Parigi o ad Amsterdam o a Vienna. Il crollo dei partiti storici, tutti e due ai minimi del dopoguerra. La punizione di una socialdemocrazia compromessa fino al marciume nelle politiche neo liberiste. Il successo della ultradestra nelle regioni più in crisi dal punto di vista economico. Nessuna sorpresa, quindi. A meno che abbiate creduto a tutti quelli che vi indicavano nella Germania merkeliana il paradiso d'Europa, il sol del vostro avvenire e non chi per anni vi ha parlato dei mini job che giustificano insieme il mistero di una disoccupazione azzerata e della povertà crescente. A meno che abbiate creduto che davvero i dieci anni peggiori degli ultimi settanta dovessero finire alla Tomasi di Lampedusa. Certo nulla è cambiato, sulla crosta dorata. La Merkel farà i suoi sedici anni alla cancelleria, Rajoy sta alla Moncloa, un ministro di Hollande siede all'Eliseo. Ma sotto il patto politico sociale nato negli anni ottanta, il dogma liberista della Thatcher, non esiste la società ma solo l'individuo, arricchitevi perchè la ricchezza gocciolerà giù dalle vostre fauci verso i poveri là sotto, non regge più. Nemmeno in Germania. Non regge perchè non è vero, non funziona e non ha mai funzionato. Ci sono voluti quasi quarant'anni per assassinare la bestia statale, per strappare ogni libbra di carne messa su nei trenta gloriosi, ma adesso siamo alle ossa nude e tremanti. E ci siamo proprio nel momento in cui tutti avevano iniziato a dire che la festa era ricominciata. Ma è ricominciata, per voi, da molto più in basso di dove eravate prima. E la prossima crisi, che inevitabilmente arriverà, perchè il ciclo di crescita americano è già più lungo della media, ci/vi coglierà senza più nulla da sacrificare, così come coglierà le banche centrali senza più strumenti da utilizzare ed una Europa senza più un briciolo di solidarietà reciproca. Con in più un lascito avvelenato. Le sinistre di governo e le elite hanno creato un baluardo contro il populismo combattendolo sul piano delle ricette economiche ed hanno "vinto". Il Trump isolazionista e protezionista è stato ingabbiato nello scandalo russiagate e ridotto ad essere quello che un buon Presidente degli Stati Uniti d'America "deve" essere. Lo sceriffo del mondo e il pagatore pronta cassa dell'industria bellica. La Le Pen è stata indotta a rinnegare il suo populismo anti europeista, a lasciare perdere l'euro, stesso percorso per la AFD tedesca. Ma siccome il vapore sotto pressione da qualche parte deve sibilare ecco che invece che allo 0,1% daremo la caccia al clandestino. E' una fantastica capriola. La destra estrema che faceva, senza saperlo fare, il mestiere della sinistra. La sinistra che ha fatto di tutto per non farglielo fare, tranne l'unica cosa che doveva cioè fare lei quelle battaglie, come dimostra il successo di Corbyn. Risultato gioco partita e incontro per l'0,1%.
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lunedì 3 luglio 2017
Oh, Jeremy Corbyn
Oh, Jeremy Corbyn. E’ il coro da stadio che accoglie ovunque il leader laburista inglese, diventato ormai un tale tormentone che gli organizzatori di Wimbledon hanno deciso di impedire che possa essere cantato tra un ace e una volèe. Ma voi lo cantereste Oh Giuliano Pisapia, durante il concerto di Vasco Rossi se lui apparisse a sorpresa come ha fatto Corbyn al Glanstonbury festival? Beh, se ce la fate, siete degli eroi. Perchè il coro inglese sottolinea l’assoluta dedizione ad un idea, senza mai cambiare idea. Dal 1983 al 2017. Chiunque fosse al governo, loro o noi. Dagli arresti per le manifestazioni anti apertehid, a quelli per il dialogo con i terroristi dell’IRA, dal rifiuto che lo portò di nuovo sulla soglia del carcere per l’opposizione alla Poll tax dei conservatori, ai 429 voti in dissenso contro il governo Blair, compreso il no alle sue guerre. Giuste o sbagliate, che vi piacciano o no, le sue sono convinzioni. Invece io, voi, dovremmo stare insieme con uno che appena sei mesi fa voleva stravolgere la costituzione, essendo per di più non un carneade ma un rispettatissimo avvocato che quindi qualcosina deve aver studiato. Dovrei, dovremmo, farci travolgere da un brivido orgasmico di fronte a gente che dice abolire l’articolo 18 è stato un errore, dopo aver predicato la lealtà al governo che lo aboliva, così come prima sosteneva che il pareggio di bilancio in costituzione “ma siamo matti” e poi giù a votarlo. Dovrei, dovremmo, in nome del meno peggio, esultare per gente il cui progetto è, in soldoni, tornare a quel PDS che proprio essi sciolsero facendoci la lezioncina sul futuro come se già quel PDS non fosse stato artefice dei primi passi di smantellamento di welfare e tutele, come se Corbyn avesse, bel bello, riproposto nel manifesto for the many not the few il programma di Blair. Dovrei, dovremmo continuare a credere nella retorica europeista che ci impedisce di nazionalizzare le banche fallite ma non di regalare 5 miliardi a Banca Intesa perchè ne rilevi i buoni affari, mentre Corbyn caccia dal suo governo ombra chi vota in parlamento contro la volontà popolare espressa dal referendum sulla Brexit, capito Pisapia?. Oh! Jeremy Corbyn.
mercoledì 21 giugno 2017
Cameriere mi porti il Conte, per favore.
Jon Ossoff, chi era costui? Era , per dirla con le parole del nostro presidente del consiglio il Conte Paolo Gentiloni Silveri, viendalmare,un esponente della sinistra che vince. Perchè ci ha detto il Conte, nato maoista e gruppettaro per finire rutelliano e renziano, davvero che spreco che si fa della vita a volte, quella che perde non gli piace. Quella che perde, dice, è quella di Sanders e di Corbyn. Quella che vince, ovviamente, deve essere quella di Macron. E Jon Ossoff è proprio un macronide della Georgia, USA. Impegnato con il sostegno economico spettacolare dell’ala clintoniana del partito, quasi 23 milioni di dollari di spesa, a vincere la più facile delle campagne elettorali per un seggio parlamentare in una supplettiva. La più facile, a leggere le nostre cronache e i nostri commenti, basata sullo slogan: rendete furibondo Trump. Quel presidente spregevole e disprezzato, inseguito dall’impeachment per ostacolo alla giustizia, forse spia russa o comunque succube di Putin, quel pagliaccio che sapete e che in quel particolare distretto, di buona classe medio alta americana, aveva vinto per appena il 2% dei voti sulla Clinton. E quindi vai col macronide, sottospecie hillaryca. A me i repubblicani per bene, disgustati dal capello color paglia, vai con un bel programma centrista, e chi se ne frega dell’elettorato di Sanders, quello che avendo sentito il conte Gentiloni perde, insomma la ripetizione in salsa giovanile del sorriso rictus della ex first lady. Ovviamente la sinistra che vince ha perso. Si è scoperto che per quanto gli americani disprezzino Trump, solo il 31% nell’ultimo sondaggio pensa che un congresso controllato dai democratici attuali avrebbe un qualche impatto positivo sulle loro vite. Questo voto, per noi giornalisti qui a destra dell’Atlantico non significa nulla, abbacinati dal Re Sole dell’Eliseo e dal suo insostenibile splendore vincente, 16% degli aventi diritto al voto nel ballottaggio delle politiche. Però se leggeste The Nation, The Jacobin, Vox e pure il Financial Times vedreste che loro ne parlano, eccome di Jon Ossoff. Come dell’ultima pietruzza tombale sulla sinistra che vince di Gentiloni. Quella che per riuscirci, e ormai non sempre, è diventata solo un’altra destra.
mercoledì 7 giugno 2017
La versione di Corbyn
Tra qualche ora sapremo quanto vicino Corbyn è andato alla vittoria e quanto lontano si è portato dalla catastrofica sconfitta che tutti gli avevano pronosticato almeno dal giorno della Brexit. Ma già adesso ad urne aperte sappiamo quanto grande è la sua vittoria culturale, quanto grande la speranza che potrebbe accendere nei cuori di mezza Europa se solo tutti non fossero accecati dal breve periodo. Perchè Corbyn è riuscito a riaffermare come attuali,e politicamente presentabili, le vecchie, buone idee della sinistra. Senza inventarsi nuovi soggetti dai nomi fantasiosi, senza aprire cantieri, campi, possibili e impossibili. Ha preso il vecchio, glorioso nome del laburismo inglese e con tenacia lo ha ricolmato dei suoi contenuti classici. Lo hanno deriso, dipinto come un vecchio arnese, una specie di Chavez europeo. Mentre gli intellettuali si innamoravano di un Renzi, di un Macron, di uno Schulz, lui ha vinto due congressi in cui l’apparato blairiano ha tentato di assassinarlo politicamente, e semplicemente ripetendo le idee e i concetti che ha predicato da quando aveva vent’anni ad adesso ha riportato centinaia di migliaia di giovani ad iscriversi e palpitare per le idee socialista. E di fronte alla sfida spregiudicata di una leader conservatrice che ha provato a trasformare la disfatta subita dal suo partito nel referendum in un opportunistico trionfo a base di Brexit significa Brexit, ha saputo fornire agli elettori una narrazione diversa. Proprio lì dove il popolo si era trincerato in un isolazionismo al grido di i nostri problemi sono aggravati dagli “altri”, ha saputo ribadire che i nostri problemi nascono solo dalle “nostre” politiche. Perfino rigirando nella piaga dell’austerità il coltello dei tagli alle forze di polizia, decisi dalla May in base all’odio anti statale, e che certo rendono più facile ai terroristi il loro sporco lavoro. E adesso offre non la negazione della volontà popolare, come hanno detto e fatto le sinistre figure che altrove si proclamano di sinistra, ma la sua vera interpretazione di sinistra. Perchè la Brexit, così come l’uscita dall’Euro, o l’esservi entrati, non è un atto tecnico e neutrale ma prende il suo colore e il suo significato in base a come lo si gestisce, a quali politiche cancella e quali inizia ad applicare. Eccolo allora il voto utile, che riporta la sinistra alla sfida che può essere vincente o perdente ma sui propri valori ed obiettivi. Se non oggi, domani. Ecco la sfida che fa chiarezza nella melma centrista. Cosa voteranno i Bremainers? Cosa i famosi giovani dei melensi richiami all’Erasmus. Sarebbe potuto accadere anche in Francia dove i voti socialisti uniti di Melenchon e Hamon al primo turno avrebbero garantito il primo posto in vista del ballottaggio e l’eliminazione della Le Pen. Cosa avrebbero votato e titolato in uno scontro Macron Melenchon? Cosa avrebbero invocato e titolato al posto della Union sacrée antifascista? Perchè quelli che oggi parlano della cecità della sinistra, riferendosi al PD, tacciono della versione di Corbyn? Io credo di saperlo.
lunedì 22 maggio 2017
Il regno di Id
Secondo l’immortale striscia del Mago Wiz: “ Maestà come va la guerra alla povertà? La sto vincendo. E tutti quei poveri là fuori? Loro l’hanno persa.”
Mario Draghi ci ha annunciato qualche giorno fa che la crisi è finita. Ha ragione. E’ finita. Nel senso che con il voto in Francia sono finite, nel ragionevole futuro, le possibilità che la costruzione dell’Euro entrasse in crisi dal punto di vista politico. Qualche anno fa, al culmine della crisi dei debiti sovrani, Paul Krugman da economista si stupiva della sopravvivenza dell’Euro, una insensatezza economica. Ma poi ammetteva, quello che lo tiene in piedi è l’immenso investimento politico che ha comportato. Come si è visto la diagnosi era corretta. Solo una perdita catastrofica sul piano politico avrebbe potuto eliminare l’errore economico (che poi errore non è visto che la crisi da esso parzialmente indotta è servita allo scopo che l’inventore della teoria delle aree valutarie ottimali gli attribuiva, quello di essere il reaganismo che avrebbe demolito l’Europa del welfare). Questa perdita politica c’è stata, ma non in misura sufficiente. In Francia oltre il 40% degli elettori sui due rami dello schieramento si è schierata contro la struttura vigente, ma al secondo non si è sommata. Non voleva, e se anche avesse voluto tutto è stato fatto per renderlo impossibile. E Marine Le Pen nei giorni successivi alla sconfitta non ha mostrato maggior spessore di Tsipras dopo la vittoria. Gli orizzonti quindi si allontanano politicamente di un quinquennio, il secondo dall’inizio della crisi europea, quasi il terzo dallo scoppio di quella globale. Potrebbero accorciarsi ma solo al prezzo di una nuova scossa economica che, francamente, nemmeno un tantopeggista come me riesce ad augurarsi e ad augurarvi anche se in parte ce la meriteremmo. Il sistema è dunque riuscito a inglobare e digerire la più potente malattia dai tempi del 68. Lo ha fatto in buona parte grazie a noi. Dalla Grecia agli Stati Uniti le varie sinistre, dai portuali del Pireo agli attori di Hollywood, hanno tremato sull’ultimo scalino. Ad Atene, quindi, la società civile ha fatto un salto indietro di mezzo secolo. A Washington il salto è temporalmente irrilevante, l’America fa esattamente lo stesso che ha sempre fatto, guardate i traffici di armi con i Sauditi alla faccia del 11 settembre e delle sue povere vittime, ma il lavoro dei globuli bianchi di CIA e FBI ad ogni minimo contatto di Trump con i russi è l’equivalente moderno dei tre proiettili di Dallas. Nemmeno dalla Casa Bianca si può sfidare il complesso militar industriale. Caligola non può portare le legioni a raccogliere conchiglie.
Ma adesso tocca tornare alla striscia di Parker e Hart. E’ finita, d’accordo. Ma quegli straccioni nel cortile del castello? Quell’Italia, per stare nel nostro piccolo, disegnata dai vignettisti dell’Istat. Impoverita, proletarizzata visto che si fatica a rintracciare il ceto medio gemma del nostro miracolo economico. Spaventata e incattivita. Uno spazio sociologico immenso per una sinistra che tornasse a fare il suo mestiere di pedagogia delle masse. Dato che le masse anche se ridotte ad una infinità di individui continuano ad esistere, così come continua ad esistere la pietra anche se noi sappiamo della sua struttura atomica. Una sinistra pedagogica per la buona causa degli sconfitti della crisi, invece che la sua versione corifea dei vincenti ha bisogno, oltre che di idee nuove e del recupero di quelle vecchie, di tempo. Ma oggi è totalmente preda dell’orizzonte corto delle elezioni. Un Marx, un Lenin, un Togliatti o un Berlinguer, oggi, non avrebbero una seconda chance. Tutto si deve prostituire al miraggio del governo. E’ quello che con strazio vedo accadere in Gran Bretagna. Un programma come quello di Corbyn, for the many not for the few, assolutamente condivisibile e probabilmente capace di invertire il pendolo avvelenato del tatcherismo, sarà accusato di essere il responsabile della possibile sconfitta, che invece sta nella sottovalutazione della rabbia sociale che ha portato alla Brexit tema che doveva essere dei laburisti e non di quel pagliaccio di Farage, e, con grande piacere del Re di Id, messo da parte invece di stare lì ad attendere la prossima, inevitabile, crisi come pietra di paragone di quello che si può fare di diverso e migliore. E avremo perso davvero.
venerdì 12 maggio 2017
Il fantasma della libertà
Bunuel aveva fatto un film geniale, Il fantasma della libertà, che si apriva con i rivoltosi che urlavano Viva la catena e finiva con lo sguardo attonito di uno struzzo sui rumori di una repressione di piazza. Lo struzzo, quello della testa sotto la sabbia. Questo è in soldoni il programma del partito laburista di Corbyn alle prossime elezioni. Rinazionalizzazione delle ferrovie perchè i privati non hanno a cuore gli interessi dei passeggeri. Dell’energia elettrica per imporre una conversione rapida alle rinnovabili per combattere il cambiamento climatico. Un impegno a costruire centomila nuove abitazioni popolari ogni anno con fondi pubblici. L’abolizione delle tasse universitarie, oggi fissate a 9000 sterline all’anno. La fine del processo di privatizzazione del sistema sanitario nazionale che verrebbe rifinanziato con 6 miliardi di sterline all’anno. L’aumento dei fondi per il welfare di un miliardo e seicento milioni. L’abolizione dell’aumento dell’età pensionabile a 66 anni. Investimenti pubblici fino a 250 miliardi di sterline per creare un milione di posti di lavoro di alta qualità, l’abolizione dei contratti di lavoro a zero ore, l’aumento delle tasse per i redditi sopra le 80mila sterline. Il divieto di missioni militari all’estero finchè ogni alternativa diplomatica non sia stata esclusa. Potrai dire che è un libro dei sogni. Ma almeno non è il libro degli incubi del neoliberismo ed è come si vede l'opposto esatto del populismo di destra. Ma "ovviamente" non va bene perchè troppo di sinistra e quindi avrà meno del 30% dei voti. Quindi. Se c'è un fascista noi di sinistra dobbiamo votare il banchiere, gratis. Se ci sono i conservatori pro brexit invece, i benpensanti remainers, che sono il 49%, più tutti quei bravi giovani che non sono andati a votare ma che ci hanno a posteriori rugato le palle con il loro futuro europeo, pur di non sporcarsi le manine con i diritti dei poveri, lasciano vincere i brexiters della May. Io mi sono stufato degli struzzi
martedì 9 maggio 2017
L'arc de triomphe
E’ dal tempo di quella di Obama che non si vedevano erezioni paragonabili. Le torri Eiffel della speranza e del compiacimento svettano su un panorama che era stato fin qui mesto e pesto. Ora, che questa tumescenza si verifichi non per Obama ma per Macron è già un segno dei tempi. Dal primo presidente nero di un paese ad una generazione dall’apartheid, ad un banchiere a più due secoli dall’arricchitevi di Guizot. Comunque il problema non sta negli esordi. A differenza di tutti i colleghi per cui le elezioni sono uno straordinario momento di coscienza popolare solo se vanno come uno spera, io non mi metterò certo a dire che i francesi hanno sbagliato, o che sono ignoranti come gli americani e gli inglesi di Trump e della Brexit. Prendo atto che posti di fronte ad una scelta chiara hanno chiaramente scelto. Hanno, certamente, ottime ragioni. Una delle quali, e questo va sottolineato, che, a differenza degli anglosassoni che non l’hanno mai provato sulla pelle, sentono ancora il valore della pregiudiziale antifascista. Da italiano, come ho ricordato nell’ultimo contropelo questa pregiudiziale da noi è tanto dichiarata quanto risolutamente disattesa almeno dal 1993, ne sono felice e spero che tutti i macroniani locali la vogliano applicare nel prossimo futuro. In senso generale il voto di Parigi indica che l’ondata populista, per ora e per un verosimile futuro, non raggiungerà i palazzi del potere. Ha quindi ragione Munchau a scrivere che il voto francese è la prima vera buona notizia per l’Unione europea dall’inizio della crisi del 2008. Capisco un po’ meno l’entusiasmo di chi si considera di sinistra, all’idea che le macerie della crisi, il carnage avrebbe detto Trump, si lascino dietro un Europa più a destra in ogni senso. I Conservatori inglesi, sconfitti nel referendum da loro indetto, banchetteranno sul cadavere di labour che ha fatto sull’argomento il pesce in barile, perdendo sia i brexiters proletari che i remainers intellettuali. La Spagna, rifiutando l’accordo Podemos Ps, si è riconsegnata a Rajoy. La Francia passa da un soi disant ma comunque socialista a un tecnocrate dichiarato, mentre la sua destra si trasforma da gaullista a lepenista. L’Italia vede il suo voto costituzionale, totalmente ignorato e irriso dalle istituzioni, con lo sconfitto in capo che torna a dettare tempi e legge. Ecco: il problema non sono gli esordi sono gli sbocchi. Otto anni di Obama ci hanno portato a Trump, segno che qualcosina non deve essere andata come l’abbiamo raccontata. Otto anni di crisi da questo lato dell’Atlantico ci portano a Macron, cioè al cambio di locomotiva ma sullo stesso binario ideologico da cui veniamo. E su cui correranno probabilmente più forti. Io ho deciso. Vado anch’io sanza meta, ma da un altra parte
giovedì 4 maggio 2017
Il secondo fronte
Una domanda, se volete provocatoria. Marine Le Pen è, oggi, più o meno fascista dello schieramento che ha vinto tre volte le elezioni in Italia, Berlusconi, Fini e Bossi? Secondo me lo è meno e quindi faccio davvero fatica a sopportare questo pseudo spirito da Union sacrée che coinvolge perfino persone di solito attente come D’Arcais o Giglioli, tutti intenti a fare distinzioni gesuitiche sulla barriera da opporre in Francia. Ora, a parte che noi in Francia non votiamo e, quindi, tutta questa agitazione mi pare solo destinata a seminare il terreno per un analogo appello anti 5 stelle quando il momento verrà, se qualcuno può strillare all’Union sacrée sono i paesi che l’hanno praticata, ad esempio proprio la Francia ai tempi di Jean Marie Le Pen, fascio vero e bollinato e difatti sui palchi insieme a Gianfranco Fini. Ma noi italiani? Noi che abbiamo benedetto, dall’Avvocato all’intera batteria delle firme del Corriere, il Cavaliere e il suo codazzo di Calderoli e Borghezio, di Gasparri e Alemanno e La Russa? Definiti come una rivoluzione liberale, non appena bevuta un mezzo bicchiere di Fiuggi. In cosa costoro erano meno fascisti o razzisti dell’attuale Front National? Ripeto secondo me lo erano di più. E più pericolosi dato il potere mediatico e il servilismo italico. Mi direte: e che c’entra noi ci siamo opposti a quella gentaglia e quindi ci opponiamo anche alla Le Pen. Ci sto, allora espungo D’Arcais e Giglioli, ma non uno solo di coloro che hanno militato o votato per il PD dal novembre 2011 ad oggi, visto che con quella gentaglia avete governato e in parte scritto la fortunatamente bocciata riforma della Costituzione. Eppure vi sento e vi leggo. Vi siete strappati la striscia imbevuta di Chanel numero 5 da sotto il delicato nasino e annusate il fetore di oltralpe con voluttà da tartufari. Fate attenzione però a non buttarla perchè con Berlusconi e i suoi vi toccherà rifare accordi e governi nel prossimo futuro, dati i numeri. E qui vengo alla domanda retorica fatta da Giglioli in un suo post su Facebook, chissà se si sarebbero fatte tante pulci alla Le Pen se avesse dovuto battersi domenica con Melenchon. La risposta, parecchio irritata, confesso, sta in quanto scritto finora. Tre volte l’Italia ha scelto loro e dall’altra parte c’erano innocui personaggi come Occhetto, Rutelli e Veltroni. E allora perchè, perchè ancora una volta stregati dal ricatto del meno peggio facciamo finta di non sapere che il nostro voto viene sempre chiesto gratis, come sacrificio alla patria. Chi scelsero la Gran Bretagna e la Francia del Fronte popolare in Spagna, tra gli sgherri di Franco e Garcia Lorca? Chi scelsero tra i poveri cechi e il male assoluto hitleriano? Dove furono le sanzioni alla cubana contro Pinochet o Videla? Se volete il fronte unito contro il fascismo deve essere a doppio senso, come quello di Churchill Roosevelt e De Gaulle. Contro Hitler perfino con Stalin. Per meno di così, cavatevela da soli.
martedì 2 maggio 2017
Macronfagi
Guai se nel nostro corpo mancassero i macrofagi, gli spazzini del nostro sistema immunitario. E guai se i Macronfagi non stessero lavorando alacremente di scopa nella società. Continuerebbe a perpetuarsi l’equivoco di questa sinistra non sinistra che va da Orlando a Varoufakis, da Michele Serra a Tony Blair, e di cui io non faccio più, orgogliosamente, parte. Avendo citato il compagno di sdraiate, le sue metaforiche, le mie reali, non ci si può esimere, dopo la mia affermazione, dal rievocare il titolo di una memorabile rubrica del vecchio Cuore, quando ancora una stilla di sangue correva nelle sue arterie. E chi se ne frega. In effetti: chissenefrega. Non fosse che io sono uno come tanti, una milionata alle primarie del Pd, circa un terzo rispetto alla volta precedente, non più interessati all’oggetto. Disinteresse reciproco, per altro. A loro non gliene può fregare di meno di noi. Hanno provato a farcelo capire con le loro scelte strategiche, ma in tanti hanno continuato ad ingoiare la medicina fino a risultare totalmente vaccinati al morbo delle ingiustizie sociali, in soldoni quel milione e otto che ha consapevolmente scelto il partito di Renzi dopo averlo assaggiato per tre anni, quelli che voteranno Macron dopo 5 anni di Hollande e Valls. Quando si sono accorti che altri resistevano, hanno deciso con rocambolesca saltinbancheria di dargli dei fascisti. Lo schema probabilmente riuscirà in Francia, è fallito da noi al referendum, chissà alle elezioni, ha un enorme sostegno dei media e degli intellettuali ma ovviamente è paradossale. Se un fascista vero difende oggi qualcosa che fu strappato, col sangue, ai fascisti veri ieri, se lo difendete pure voi allora siete fascisti. C’è della follia in questa logica. Ma c’è anche la logica. In fondo delle tre grandi risposte individuate da Gramsci al problema della modernità, comunismo e fascismo hanno fallito e solo l’americanismo è rimasto in campo. Quella roba lì per cui Obama prenderà adesso 400mila dollari per ogni ora di discorso, in cui ci spiegherà sussiegosamente che cosa bisogna fare per evitare che uno come Trump vinca le elezioni. Vai con la scopa.
martedì 25 aprile 2017
L'ultimo spettacolo
Ormai la direzione di marcia, forse non l'approdo, ma ci credo poco, è chiaro. La grande crisi dell'economia neoliberista e delle sue strutture di potere e comando si concluderà con un feroce spostamento a destra degli equilibri politici, senza che questo spostamento a destra si spinga abbastanza in là da creare uno squilibrio decisivo. Nel contempo la vecchia sinistra che si è compromessa con il sistema, avendo archiviato l'idea di controllarlo, pur di mantenere le sue posizioni di potere esce annientata per sempre. Elezione dopo elezione i dati si confermano i vecchi partiti socialisti, pur partendo spesso da posizioni di governo, precipitano verso, o direttamente, a percentuali a una cifra eppure non appena subita la batosta e mentre proclamano a gran voce di aver “capito” la lezione si precipitano a confermare tutte le politiche che li hanno portati lì, tipo il votate Macron al secondo turno, denunciando in questo modo la loro completa estraneità al mondo che li circonda. Quelli che non solo hanno “capito” ma ci hanno “pensato su”, diciamo la sinistra da Melenchon a Massimo D'Alema, passando da Tsipras e Corbyn, pensano di poter affrontare tempi di ferro con la stessa morbidezza con cui si avvolsero nei velluti della inesistente terza via. Non hanno il coraggio di affondare le mani nella merda e nel sangue della politica, secondo la vecchia formula di Rino Formica. E oggi la merda e il sangue sono le pulsioni identitarie, i razzismi, gli sciovinismi, i nazionalismi, i protezionismi,le xenofobie risorgenti. Questo no strillano, come demi vierge scandalizzate. E poi, ovviamente fanno il decreto Minniti ma nulla che possa turbare i mercati. E certo che no, certo che no. Ma le risposte! Non le domande! Non la domanda che chiede, disperata, protezione, aiuto, sicurezza. E' tempo di esercitare da sinistra la stessa spregiudicatezza che viene esercitata da destra. Non si può dire voglio un articolo 17 e mezzo, si deve dire voglio il 18 e mezzo. Perchè se no, ormai è chiaro, elezione dopo elezione la scelta reale che viene lasciata agli elettori è tra una destra ferocemente liberale, finanziaria, individualista ed una destra ancora più destra, verso l'infinito e oltre, Tra Trump e Clinton, tra i conservatori e l'Ukip, tra Wilders e Rutte, tra Macron e la Le Pen. Tra Renzi e Berlusconi. E gli elettori dimostrano di essere abbastanza disperati da affidarsi sempre di più alla destra che più destra non si può. Qualche volta vince: in America, al referendum inglese, qualche volta perde: in Olanda, in Austria verosimilmente in Francia, ma sempre dopo aver imposto uno spostamento dell'equilibrio impressionante. Sarebbero abbastanza disperati da affidarsi a una sinistra che fosse tale, che proponesse, credibilmente, soluzioni altrettanto drastiche ma opposte, che fosse pronta a infilare le sue mani nel calderone rovente a rischio di scottarsi? A parte Minniti o la Boschi, cosa avete da perdere nel provarci?
martedì 7 marzo 2017
Caccia grossa
Vorrei farvi vedere l'elefante. Frase ambigua dato che nel gergo americano indica la prima esperienza di combattimento. In questo caso però e l'elefante di Branko Milanovic, l'economista. Il grafico che vedete, la cui linea assomiglia appunto al groppone di un pachiderma e alla sua proboscide che scende verso il suolo e poi si alza, indica di quanto siano aumentati i redditi su scala mondiale a seconda della propria collocazione di partenza negli anni della globalizzazione e prima della grande crisi economica. E, insomma, il grafico di chi ha vinto e chi ha perso in quei vent'anni. Ci dice molto di noi perché il groppone che sale è quello dei poveri del terzo mondo che hanno agganciato la crescita. Cina e India su tutti che vedono la propria percentuale della torta salire fin quasi al raddoppio. È il grande dividendo della globalizzazione, quella cosa che tutti i suoi difensori mettono sul tavolo per spazzare via come briciole di non senso il rigurgito di protezionismo e di nazionalismo di questi ultimi anni. E difatti nell'ultimo meeting di Davos il più risoluto difensore della globalizzazione capitalistica è stato il presidente della Cina comunista che è issato su quel groppone. Ma c'è anche la proboscide e quella siamo noi, siete voi: i ceti medi, medio-alti dell'Occidente operai compresi perché, ricordiamo, che in termini di reddito a disposizione è ovviamente meglio essere relativamente poveri in Italia che relativamente ricchi in India. Per loro, per noi vent'anni di stagnazione assoluta anche di regressione. Attenzione! Prima della crisi. Prima, cioè, di aver perso il lavoro, di essere finiti in un part-time, di avere rinunciato ad articolo 18, di essere stati esodati. Come sappiamo nei 10 anni successivi la proboscide si è messa a scavare come una matta. Poi laggiù sulla destra vedete che i ricchi, quelli veri, hanno aumentato la loro ricchezza del 60% e di più ancora dopo la crisi perché, come ci dicono gli studi, l'uno per cento si è accaparrato tutta la crescita. Eccoli Trump, la Brexit, la Le Pen, i 5 Stelle, podemos, perfino Schulz stanno in quella voragine, nella carneficina di cui ha parlato Trump nel suo discorso inaugurale. Perché quel buco non è tollerabile. E quel buco ci dice che solo due soluzioni sono possibili. Colpire a sinistra, chiudere le porte di una vita dignitosa al cinese in patria o all'emigrante africano sul barcone. Livellare la gobba facendo rifluire quella ricchezza, come in un vaso comunicante paradossale, di nuovo qui. Restituendoci il sorriso sulla pelle dei poveracci come accaduto con la prima globalizzazione, quella coloniale. Oppure colpire a destra quella candela sempre più sottile e sempre più alta. La destra la sua ricetta l'ha messa in tavola. La sinistra, invece, continua a pastrugnare tra i piccoli privilegi e le poche tutele ancora rimaste in quel buco, condannandosi all'inutilità.
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giovedì 16 febbraio 2017
Il conto, per favore
Chissà se ve la ricordate quella pubblicità elettorale di Rifondazione, anche i ricchi piangano. Sullo sfondo un panfilone bianco alla fonda. Era per le elezioni del 2006. Fu massacrata dalla stampa progressista. Così fate fuggire i moderati, ed altre amenità del genere. Credo la dovettero perfino ritirare. Tanto per curiosità sono andato sul primo sito dedicato ai megayacht. In giro per il mondo ci sono 43 barche da più di 100 metri di lunghezza, come si dice un campo di calcio. Più grandi, quindi del famoso Christina, nave mito di Onassis e Jaqueline. 26 di questi sono stati costruiti dopo quella data. 12 dei 20 più grandi dopo l’inizio della grande crisi del 2008, 14 se si contano anche quelli varati nell’anno della Lehman Brothers. I ricchi non hanno pianto. Per questo ho trovato non solo deprimente ma anche un po’ offensivo il manifesto del campo progressista di Pisapia. Qualche decina di righe di buoni sentimenti, tra il Bacio Perugina e il discorso di Veltroni. La Buona politica, la nuova speranza,l’agenda politica. Mezza riga scarsa sulla redistribuzione. Non andranno da nessuna parte. Nessuno andrà da nessuna parte finchè qualcuno non avrà il coraggio di fare la domanda che andrebbe fatta prima, ma al dessert è d’obbligo, chi paga il conto? Chi mette mano al portafoglio? Chi ha messo mano al portafoglio fin qui, lo sappiamo. Quel portafoglio è vuoto, comunque non basta più. Ve lo hanno detto ieri per l’INPS, tanto per prepararvi ad un’altra limata delle prestazioni. Qualcuno pensa di sfuggire alla domanda. Qualcuno si rassegna all’idea che andrà in cucina a lavare piatti fino ad estinzione del debito, oggi ho letto che oltre un milione di americani non riesce a pagare le rate dell’auto, di nuovo come nel 2009. E badate la risposta non è, ad esempio, il reddito di cittadinanza; quella, se non immaginiamo che vada a sostituire altre prestazioni, è una delle portate. Perchè se va a sostituire, campa cavallo. Un ciclo dei nuovi chemioterapici, che adesso paga lo stato, costa sui 50mila euro, hai voglia a pagartelo da solo con il reddito di cittadinanza. Quindi anche qui la domanda torna, chi paga il conto? E come fai a farlo pagare a chi di dovere se a lui basta un clic per far sparire i soldi? Chiedete a Hollande e Depardieu come è finita la storia delle tasse al 75%. E allora in questo tempo di muri, davvero pensate che proporre alla gente di costruirne uno, dieci, cento virtuali e virtuosi per impedire che i capitali bianchi e neri fuggano dai paesi di appartenenza verso paradisi leciti o illeciti cadrebbe nel vuoto? Non sarebbe declinare a sinistra quel bisogno di protezione di cui parla Bersani? Ma io a sinistra la domanda chi paga non la sento fare, il massimo cui si spingono è un facciamo alla romana. Non basta, non basta.
mercoledì 15 febbraio 2017
La costa sottovento
L’articolo di Ezio Mauro, il PD e la talpa dell’ultradestra, è davvero molto bello. Però è completamente sbagliato. Sbagliato in un modo surrealista, magrittiano. Non è una pipa è l’immagine di una pipa. Manca completamente quel elemento di autocoscienza che è affiorato bizzarramente in Trump con la famosa frase, ma questo paese è davvero così innocente. Ma davvero Mauro pensa che la sinistra sia così innocente? Che si sia solo lasciata scarrocciare dal vento al traverso e che non abbia invece risolutamente virato per prendere quel vento se non in poppa almeno al gran lasco? E davvero pensa che oggi debba solo, appena, stringere un pochino su quella bolina stanca che lui definisce così: “il futuro possibile per la sinistra, in questa fase, sta probabilmente proprio nella capacità di coniugare la responsabilità con le opportunità residue di emancipazione e di futuro, che pure esistono anche in una congiuntura così sfavorevole”. Opportunità residue? Ma come residue? Qui Mauro perde completamente la rotta. Su di lui cala la nebbia. Parla degli anni dieci di questo secolo come se fossero altro, e diverso, dagli anni novanta e dagli anni ottanta di quell’altro. Ma come si fa, trent’anni dopo Craxi, vent’anni dopo Blair, dopo i 5 anni di Hollande a chiedersi sgomenti “E’ quasi che una sovrastruttura di pensiero avesse uniformato e appiattito le grandi culture politiche europee spegnendo i loro caratteri distintivi fino a renderle apparentemente indistinguibili” Apparentemente? Come apparentemente? In cosa, di grazia e in concreto si distinguono? No, vi prego, l’obiezione relativa ai diritti civili, alla tutela delle minoranze, non me la fate. Non oggi. Pensate a Pim Fortuyn e a Wilders. Non mi dite se il coltello va a destra o a sinistra di un piatto vuoto, perchè così spalanchiamo la porta a chi, come un Trimalcione, si ingozza davvero solo con le mani. Per la sinistra, caro Mauro, c’è solo la rotta di Bulkington descritta da Melville. Gli lascio la parola “La sua sorte fu quella di una nave sbattuta dalla tempesta, che vaga miseramente lungo una costa a sottovento. Il porto le darebbe riparo, il porto è misericordioso, nel porto c'è salvezza, comodità, un focolare, una cena, del coperte calde, degli amici, tutto ciò che è gradito a noi poveri mortali. Ma in una tempesta, il porto, la terra è il pericolo più terribile per una nave. Essa deve fuggire ogni ospitalità; un solo contatto della terra, anche solo una carezza alla chiglia, la farebbe rabbrividire da cima a fondo. Con tutte le sue forze, la nave spiega ogni vela, per scostarsi dal porto. E nel farlo, combatte proprio quei venti che la vorrebbero spingere verso casa, va cercando di nuovo tutta la mancanza di terra di quel mare infuriato. Si getta nel pericolo disperatamente, per amore di un riparo. E il suo unico amico è il suo nemico più feroce. Tu lo capisci, Bulkington? Pare che tu veda qualche barlume di quella verità insopportabile agli uomini, che ogni pensiero profondo e serio non è che uno sforzo coraggioso dell'anima per tenersi la libertà aperta del suo mare; mentre i venti più aspri della terra cospirano per gettarla sulla costa insidiosa e servile. Ma la verità più alta, senza rive, indicibile come Dio, è soltanto nell’assenza della terra. Coraggio, Bulkington, coraggio! Stringi i denti, semidio. Dalle sferzate d'acqua della tua morte nell'oceano, si scaglia in alto, a perpendicolo, la tua deificazione
martedì 31 gennaio 2017
Oltre il giardino
Mi avete detto che con l’ultimo contropelo mi sono fatto un po’ prendere la mano. Avete ragione per cui ci riprovo, in modo più terra terra. Quando dico, citando Nicola Lagioia, che la sinistra è stata il protagonista secondario di un sogno altrui, voglio segnalare un pericolo e cioè che oggi l’orrore per ciò che Trump è e per ciò che fa la spinga a diventare, scusate a continuare ad essere, un difensore di ciò che c’era prima. Tutta l’energia, la rabbia, il disgusto che Trump o i suoi emuli e predecessori in Europa possono suscitare, e quanto giustamente, dove erano mentre il protagonista secondario taceva, non agiva o ancor peggio agiva in soccorso delle stesse politiche? Dove erano i milioni di manifestanti mentre Obama espelleva o respingeva nel solo 2014 oltre 400mila clandestini, per di più quasi tutti cattolici ispanici? Dove erano i giornali per bene, che ci mettono sotto occhio la lista dei sette paesi discriminati, mentre Obama e i suoi alleati bombardavano anno dopo anno quegli stessi paesi? Perchè tutti sottolineano il mancato bando all’Arabia Saudita e agli Emirati, sottintendendo quindi che il bando sarebbe, nel caso, accettabile, se noi per primi facciamo affari con loro dai grattacieli di MIlano, alle armi, ai Rolex dei ministri in visita? Dove sono state le manifestazioni di piazza per i compagni greci mentre venivano chiusi i loro bancomat, dove i titoli a tutte colonne, come per la legge sulle violenze domestiche russe, per le leggi che tolgono ad Atene il diritto ad essere curati? Noi lo sappiamo che Trump è la febbre parossistica di un corpo infetto che prova a cuocere il virus della sua ingiustizia a costo di bruciare le cellule sane, il rimedio dello stregone che spaccia polvere di scorpione. Ma perchè nessuno dei dottori laureati nelle università della socialdemocrazia, fino a un attimo fa era chino sul paziente con i suoi vaccini, antibiotici e anzi elogiava il dimagrimento tumorale dello Stato spacciandocelo come se fosse un recupero della forma atletica? E allora ben venga la rabbia e il disgusto. Ma la voglio in servizio permanente ed effettivo.
venerdì 27 gennaio 2017
Sogno o son desto
La sinistra è il personaggio secondario di un sogno altrui. Quando ti imbatti in una frase così, l’ha scritta Nicola Lagioia in un lungo, intelligentissimo commento alla vittoria di Trump (http://www.internazionale.it/opinione/nicola-lagioia/2017/01/19/donald-trump-sogno), ti fermi perchè ti apre un mondo. E se sei come me reduce dalla visione di Westworld di mondi se ne aprono di paralleli. Il sogno altrui è ovviamente quello del neoliberismo e, oggi, di quello in cui si sta trasformando: il neoprotezionismo. Sogno per un trentennio, l’edonismo reganiano, incubo oggi. Ma solo per chi, personaggio secondario di quel sogno, non ha avuto l’autonomia del pensiero, l’autocoscienza, la ricordanza. Appunto oggi incubo di muri, tariffe, immigrati. Invece il sogno precedente... Un mezzo continente ridotto da sedici anni in un parco giochi militare, con milioni di morti che non si rialzano la mattina dopo per recitare di nuovo la parte del pediatra di Aleppo o del piccolo Aylan. Intorno a noi un parco giochi capitalistico diviso rigidamente: i visitatori da 40mila dollari al giorno cui tutto è concesso, popolato da forza lavoro sempre più sofisticata e sempre meno pagata, puri strumenti, anzi risorse, per ora umane. Eppure la fantasia degli sceneggiatori, quel mondo repellente in cui ritrovare il se stesso bestiale, omicida e stupratore rispetto a questo, reale, è migliore. Lì il demiurgo capisce che il ciclo non è infinitamente replicabile, che il dolore non è semplicemente formattabile, che non c’è deposito abbastanza grande per i corpi rottamati. In questo il Ford magistrale di Anthony Hopkins è come Trump. Con una differenza gigantesca. Che Hopkins abita il suo sogno da protagonista. E da protagonista programma e indirizza la rabbia verso il giusto nemico. Mentre Trump indica ai cenciosi americani che avuto il merito di riscoprire e narrare altri morti di fame, al di là del confine, Hopkins indica il consiglio di amministrazione anche a costo di indicare se stesso, l’intellettuale che ha trasformato il pensiero in proprietà intellettuale. Non la rivolta di lavoratori a zero salario contro lavoratori a basso salario, non quello che succede nei sotterranei di Westworld ma quello che accade tra calici di champagne e diagrammi di profitto nel resort in superficie. Ma la sinistra oggi è invece preda del sogno di Amleto. Morire, dormire. Dormire, sognare forse. E qui sta l’intoppo. Quali sogni possano venire in quel sonno di morte.
sabato 7 gennaio 2017
Rouge et noir
Quando mi capita di dire, l’ultima volta in Apocalypse no, che la sola speranza, oggi, viene dalla disintegrazione del ceto politico ideologico che sostiene di incarnare l’ultima, smunta, evoluzione della sinistra, lo faccio pensando ad interventi come quelli di Staino e Salvati. Gente che ha disceso, con balda consapevolezza, tutti i gradini della piramide dei diritti costruiti dai nostri padri e che arrivati al piano terra del job act distribuisce ai compagni di strada picconi e martelli pneumatici. Il tristo cartonista, intento ad affondare per la terza volta il giornale fondato da Gramsci, che attacca la Cgil per la sua scelta di dire no al referendum e, incredibile dictu, di voler restaurare le garanzie sul lavoro, invece di educare i dipendenti a prendere l’ombrello nel deretano, come da insegnamento dell’assai più nobile Altan, ricordandosi di agitare le anche per favorire la penetrazione. Il pensoso economista, deluso dal fallimento del disegno maggioritario del Pd, adesso spiega come l’unico destino della sinistra sia di farsi junior partner di un grande coalizione con il centrodestra per combattere i populismi, come accade in Germania, Austria, e come accadrà in Francia. Cioè, accecato dal suo stesso spin, proseguire, senza accorgersene, sulla stessa strada dei governi Monti, Letta e Renzi che sono state, appunto, larghe e spesso oscene, coalizioni tra la “sinistra” di governo e pezzi della destra berlusconian-affaristica e Bocconi delle più terrificanti teorie economiche che ci hanno infilati nella crisi, con la sinistra sempre in funzione di portatrice di voti, più o meno inconsapevoli. Insomma, nonostante le sconfitte, ci invitano a proseguire nella classica e perdente tattica della martingala. Raddoppiare la puntata persa perchè prima o poi il rosso uscirà. Dove si rischia all’infinito per portare a casa, se va bene, il doppio della puntata iniziale. Ma solo se si hanno a disposizione soldi infiniti e di solito esce il nero. Finchè questi pessimi suggeritori non saranno accompagnati alla porta, evitate il casinò
mercoledì 23 novembre 2016
Apocalypse No
Era un altro dei golden boy del Pd. Più o meno boy perchè ormai, come me, ha l’età del pensionato. Ma c’è stato un momento in cui gli intellettuali d’area si erano innamorati di Fabrizio Barca. Competente, economista, quarti di nobiltà di sinistra giusti, disgusto olfattivo e fattivo per la cloaca del pd romano, efficiente come ministro anche se nel ferale governo Monti. Insomma uno di quelli che avrebbe potuto fare la parte dell’anti Renzi. Poi oggi col passo lento del catoblepa, mitologico animale dalla testa penzoloni da lui sdoganato nel bestiario della politica per descrivere il perverso intreccio tra partiti autoreferenziali e stato, la tira per molte righe sull' Huffington post per concludere che a lui la riforma costituzionale nè piace nè non piace ma che, invece di astenersi come vorrebbe, voterà sì per salvare il PD, unico argine di uno spazio in cui possano ancora maturare idee di sinistra. Ebbene io sono giunto alla conclusione assolutamente opposta. IL Pd è un monstrum, speculare a quello che fu la vecchia DC. Quella sequestrava e placava voti di destra (come poi si vide al suo tracollo) portandoli a votare politiche economiche, che oggi sappiamo essere state di sinistra. Il Pd sequestra voti di gente di sinistra ( o convinta di essere tale) portandoli a votare politiche economiche che sappiamo essere di destra. Per cui solo l’esplosione liberatrice del mostro, può rimettere in circolazione, se ce ne sono ancora, idee di sinistra. Come diceva “prima” di prenderle la Clinton ci sono solo io tra voi e l’Apocalisse. Ma come ha detto, dopo, Obama il sole sorge ancora. Quindi: Apocalypse NO.
venerdì 11 novembre 2016
2016
Ci ho messo molto. Anche se l’hai vista arrivare da 5 anni l’onda di tsunami fa comunque impressione. E un po’ devi risistemarti. Certo non come i colleghi che in tutte le parti del mondo, laceri e contusi si chiedono come mai, loro, non l’hanno vista. Quando arriveranno a capire che fino al momento di frangersi l’hanno applaudita come un bellissimo spettacolo della natura, avranno finito di fare il loro percorso di autocoscienza. Perchè oggi sono tutti buoni a fare il Bersani che dichiara morto il blairismo avendolo rovinosamente praticato anche quando era ormai uno zombie, uno sdentato come il presidente socialista della Francia chiama i poveri. Quella robaccia là nata, come diceva due giorni prima del voto Munchau, uno dei pochi a vederla arrivare dalle colonne del Financial Times, sulla base della falsa credenza che le elezioni si vincono al centro, sul richiamo delle limousine ministeriali, sul complesso di inferiorità di non saper fare politiche fiscali responsabili e sulla convinzione che tanto gli elettori di sinistra non avevano dove altro andare. E il cui culmine ridicolo è la costituzione di Renzi, andato a mangiarsi gli ultimi canapè lasciati da Obama alla Casa Bianca, e che adesso ovviamente spera che la lista degli invitati sia stata buttata per fare il solito rigatino alla Conte Mascetti. La gara ad inseguimento della destra liberista è finita. Là dove nacque la rivoluzione reazionaria contro lo stato, ne è nata una nuova. L’ infelicità dell’occidente ultra ricco e pieno di lavoratori poveri ha, come inevitabile, trovato uno sfogo. Sarà quello dell’odio dei penultimi sugli ultimi. Dei diritti incivili. Del negazionismo climatico. E potrebbe anche funzionare, per un po’. Ma fargli il verso non è possibile se non diventando, stavolta consapevolmente, non come loro, ma loro. Questo anno bisesto vi ha dimostrato che si può davvero, se si vuole come loro hanno voluto. Vi ha restituito il peso insostenibile della libertà di scelta. Scegliete.
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