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domenica 23 luglio 2017
Storia d'estate
Ormai, purtroppo, è molto che non vale la pena di commentare le omelie domenicali di Scalfari. Per me, e per la mia storia, è un dolore. Ma oggi non riesco a passar sopra ad un incredibile contraddizione logica. Si occupa, tra le varie cose del Presidente francese Macron. Ora il recente mito della stampa progressista italiana, si scopre essere dotato nelle parole di Eugenio di "un tratto vagamente autoritario" per altro già "apparso a tutti in Francia e in Europa". Andiamo bene. Un tratto che gli ha già fatto perdere consensi a ritmo di record, così che, in poche settimane di governo, dieci punti di popolarità sono evaporati. Ma questo ovviamente sarà solo l'ennesima disillusione di tutti quanti giocano a fare Cristoforo Colombo e a sognare di buscar la sinistra passando per la destra. No il punto chiave è che Eugenio scopre in Macron i sintomi pericolosi di chi mira a diventare il capo politico dell'Europa e sollecita il nostro governo a fare in fretta a prendere le sue contromisure se non volete" ridurvi a una sorta di colonia del tipo Tunisia o Algeria o Marocco o addirittura Libia". Ma come? Sono anni che ci frantumate le palle con il deficit di governo dell'Europa, con Kissinger che non sapeva che numero di telefono chiamare, e anche in questo stesso articolo si ritorna a chiedere come panacea di ogni male l'istituzione di un ministro dell'economia europea e quando un politico sembra intenzionato a marciare su questa avenue che gli state così faticosamente costruendo dallo scoppio della crisi, lo invitate a "tagliarsi il ciuffo napoleonico"? Ma l'obiettivo finale non sarebbero gli Stati Uniti (d'Europa)? Che hanno un presidente, mica solo un segretario al tesoro e un governatore della Banca centrale, o no? Certo ma ecco la contorsione logica, ma Macron non va bene, non sta facendo bene, perchè come si vede in Libia, o nella vicenda dei migranti, o in quella dei cantieri di Saint Nazaire dove sbarra la strada alle nostre imprese, lui agisce nell'interesse del "suo" paese e non della mitica Europa. Insomma sta facendo con i tipici mezzi francesi lo stesso gioco che ha fatto in tutti questi anni la signora Merkel. Cioè gli interessi di uno stato nazionale che si pone come guida e che, quindi, impone ai partner dell'Unione di uniformarsi e di assecondare le politiche del leader. Incredibile a dirsi, vero? Gli unici che dovrebbero rinunciare a fare i propri interessi, o meglio arrivare a convincersi che questi interessi sono quelli degli altri, siamo noi. Ma io la conosco l'obiezione. In America, perchè l'obiettivo evidentemente non è una fantomatica e mai esistita Europa ma uno stato federale reale come l'America, il presidente mica fa gli interessi del Idaho contro quelli del Wyoming. Ora a parte che è tutto da vedere, anche oggi, ma a chi gioca con la Storia vorrei ricordare che ci sono voluti 184 anni perchè là ci fosse un presidente cattolico e più di ottanta perchè un politico del Sud tornasse alla Casa Bianca dopo la guerra civile, e ci riuscì solo perchè aveva vinto la seconda guerra mondiale in Europa. Per non parlare dei due secoli e rotti per il primo nero. Quindi se mi venite a dire che gli Stati Uniti non hanno una, complicata, politica interna fatta di conflitti e contrasti, chiamo l'ambulanza. E giocando con la Storia ricordiamocele le volte che l'Europa si è unificata, o quasi. Con Roma, con Carlo Magno, con Carlo V, con Napoleone, con Hitler. Si chiamavano (al di là dei giudizi sul singolo governante) Imperi non Stati Uniti.
mercoledì 21 giugno 2017
Cameriere mi porti il Conte, per favore.
Jon Ossoff, chi era costui? Era , per dirla con le parole del nostro presidente del consiglio il Conte Paolo Gentiloni Silveri, viendalmare,un esponente della sinistra che vince. Perchè ci ha detto il Conte, nato maoista e gruppettaro per finire rutelliano e renziano, davvero che spreco che si fa della vita a volte, quella che perde non gli piace. Quella che perde, dice, è quella di Sanders e di Corbyn. Quella che vince, ovviamente, deve essere quella di Macron. E Jon Ossoff è proprio un macronide della Georgia, USA. Impegnato con il sostegno economico spettacolare dell’ala clintoniana del partito, quasi 23 milioni di dollari di spesa, a vincere la più facile delle campagne elettorali per un seggio parlamentare in una supplettiva. La più facile, a leggere le nostre cronache e i nostri commenti, basata sullo slogan: rendete furibondo Trump. Quel presidente spregevole e disprezzato, inseguito dall’impeachment per ostacolo alla giustizia, forse spia russa o comunque succube di Putin, quel pagliaccio che sapete e che in quel particolare distretto, di buona classe medio alta americana, aveva vinto per appena il 2% dei voti sulla Clinton. E quindi vai col macronide, sottospecie hillaryca. A me i repubblicani per bene, disgustati dal capello color paglia, vai con un bel programma centrista, e chi se ne frega dell’elettorato di Sanders, quello che avendo sentito il conte Gentiloni perde, insomma la ripetizione in salsa giovanile del sorriso rictus della ex first lady. Ovviamente la sinistra che vince ha perso. Si è scoperto che per quanto gli americani disprezzino Trump, solo il 31% nell’ultimo sondaggio pensa che un congresso controllato dai democratici attuali avrebbe un qualche impatto positivo sulle loro vite. Questo voto, per noi giornalisti qui a destra dell’Atlantico non significa nulla, abbacinati dal Re Sole dell’Eliseo e dal suo insostenibile splendore vincente, 16% degli aventi diritto al voto nel ballottaggio delle politiche. Però se leggeste The Nation, The Jacobin, Vox e pure il Financial Times vedreste che loro ne parlano, eccome di Jon Ossoff. Come dell’ultima pietruzza tombale sulla sinistra che vince di Gentiloni. Quella che per riuscirci, e ormai non sempre, è diventata solo un’altra destra.
martedì 9 maggio 2017
L'arc de triomphe
E’ dal tempo di quella di Obama che non si vedevano erezioni paragonabili. Le torri Eiffel della speranza e del compiacimento svettano su un panorama che era stato fin qui mesto e pesto. Ora, che questa tumescenza si verifichi non per Obama ma per Macron è già un segno dei tempi. Dal primo presidente nero di un paese ad una generazione dall’apartheid, ad un banchiere a più due secoli dall’arricchitevi di Guizot. Comunque il problema non sta negli esordi. A differenza di tutti i colleghi per cui le elezioni sono uno straordinario momento di coscienza popolare solo se vanno come uno spera, io non mi metterò certo a dire che i francesi hanno sbagliato, o che sono ignoranti come gli americani e gli inglesi di Trump e della Brexit. Prendo atto che posti di fronte ad una scelta chiara hanno chiaramente scelto. Hanno, certamente, ottime ragioni. Una delle quali, e questo va sottolineato, che, a differenza degli anglosassoni che non l’hanno mai provato sulla pelle, sentono ancora il valore della pregiudiziale antifascista. Da italiano, come ho ricordato nell’ultimo contropelo questa pregiudiziale da noi è tanto dichiarata quanto risolutamente disattesa almeno dal 1993, ne sono felice e spero che tutti i macroniani locali la vogliano applicare nel prossimo futuro. In senso generale il voto di Parigi indica che l’ondata populista, per ora e per un verosimile futuro, non raggiungerà i palazzi del potere. Ha quindi ragione Munchau a scrivere che il voto francese è la prima vera buona notizia per l’Unione europea dall’inizio della crisi del 2008. Capisco un po’ meno l’entusiasmo di chi si considera di sinistra, all’idea che le macerie della crisi, il carnage avrebbe detto Trump, si lascino dietro un Europa più a destra in ogni senso. I Conservatori inglesi, sconfitti nel referendum da loro indetto, banchetteranno sul cadavere di labour che ha fatto sull’argomento il pesce in barile, perdendo sia i brexiters proletari che i remainers intellettuali. La Spagna, rifiutando l’accordo Podemos Ps, si è riconsegnata a Rajoy. La Francia passa da un soi disant ma comunque socialista a un tecnocrate dichiarato, mentre la sua destra si trasforma da gaullista a lepenista. L’Italia vede il suo voto costituzionale, totalmente ignorato e irriso dalle istituzioni, con lo sconfitto in capo che torna a dettare tempi e legge. Ecco: il problema non sono gli esordi sono gli sbocchi. Otto anni di Obama ci hanno portato a Trump, segno che qualcosina non deve essere andata come l’abbiamo raccontata. Otto anni di crisi da questo lato dell’Atlantico ci portano a Macron, cioè al cambio di locomotiva ma sullo stesso binario ideologico da cui veniamo. E su cui correranno probabilmente più forti. Io ho deciso. Vado anch’io sanza meta, ma da un altra parte
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