domenica 11 febbraio 2018

Macerato

L’assassinio di Jo Cox, la deputata laburista, da parte di un fanatico appena una settimana prima del referendum sulla Brexit non ha avuto effetto su quel voto. Nonostante l’esplicita rivendicazione al grido di “questo è per il Regno unito” da parte dell’assassino, nonostante la unanime condanna della stampa britannica, nonostante i sondaggisti fossero certi che quel crimine avrebbe spinto gli incerti ad un voto emotivo a favore del Remain sostenuto dalla Cox. Non credo che, neppure da noi, la caccia all’immigrato lanciata da Luca Traini per le strade di Macerata, nonostante la candidatura a livello comunale per la Lega, il tricolore sulle spalle, e il saluto romano, sposterà voti nelle elezioni, tra meno di un mese. Penso che neppure la reazione, nella tragedia così simile alla barzelletta del io non sono razzista è lui che è negro, di Matteo Salvini, il fulmineo rovesciamento logico per cui la colpa del pogrom è di chi ha lasciato entrare in Italia profughi e immigrati, gli costerà sul piano elettorale. E’ quello che i suoi elettori pensano da tempo, ma anche fuori dalla destra, come diceva Foucault “ciò che io dico non è esattamente ciò che io penso, ma è frequentemente quello che mi chiedo se non potrebbe essere pensato”. Per questo lo scatto di automatica superiorità morale che in queste ore ci stiamo spalmando addosso come un balsamo, noi siamo buoni e civili, quello è il volto del male, loro sono il clintoniano basket of miserables, come in America dopo ogni strage in un campus, temo non ci porti lontano. Ovviamente si, è vero. Traini è un criminale, probabilmente corto di cervello, certo intossicato di propaganda e di paure. Salvini e Meloni ( ma allora di volta in volta anche Casaleggio senior, Grillo, Di Maio e Minniti) agitano e rimestano nel calderone del maleficio che sta sobbollendo da anni. Dalla strage di Castel Volturno, agli spari contro i vu cumprà senegalesi di Firenze, agli sgomberi di Piazza Indipendenza a Roma, cui si oppongono dall’altra parte le picconate di Kabobo o il massacro di Pamela Mastropiero. Ovviamente è tutto vero. Ma abbiamo scelto un terreno di scontro facile, elementare, viscerale e, la storia insegna, sostanzialmente inutile. Penultimi che scalciano gli ultimi, ultimi che si abbrancano ai penultimi, sulla scaletta che porta su dalla allagata terza classe del Titanic, verso il ponte. Quando l’acqua sale, la ragione si inabissa. Se non si contesta la rotta della nave, se non si critica il capitano per la folle velocità della corsa, se nessuno ha soprattutto pensato al numero delle scialuppe, nessuno può dirsi estraneo alla catastrofe morale che segue, e seguirà, quella materiale

lunedì 5 febbraio 2018

La notte della Repubblica

Provo a volare più alto degli stracci. E lo faccio partendo da una frase di Carlo De Benedetti in una intervista, se ricordo bene, sull’Espresso di tanti anni fa. “Il partito comunista ha un prodotto pessimo ma un marketing eccezionale”. La storia dei primi venti anni di Repubblica è parte integrante di questa frase. Perchè il compito in parte esplicito, in parte obbligato di quel tratto della parabola fu, in sostanza, proprio questo. Sturare il naso tappato da Montanelli, abbattere il muro che divideva l’Italia, rendere accettabile e pienamente spendibile nella democrazia bloccata del nostro paese, quel terzo all’incirca di cittadini e quelle forze sociali e intellettuali che erano bloccate, incistate, negli equilibri della guerra fredda. Di fatto era la continuazione con altri mezzi delle strategie di Moro e Berlinguer, perfino del prima amicissimo e poi nemicissimo Cossiga. E per questo fu scontro, anche all’interno del giornale, con il craxismo che quel blocco voleva mantenere per ottenere non la liberazione dal ghiaccio ma la mutazione genetica dei comunisti, dopo aver realizzato quella dei socialisti. Repubblica, intellettuale collettivo, capace di esercitare l’egemonia culturale sulla sinistra. Quando il combinato disposto di Mani Pulite, della crisi economica, del crollo del comunismo reale si manifestò, Repubblica, la prima Repubblica, era di fatto il governo del paese. I nemici trascinati nelle aule di tribunale o assediati dalle televisioni nel cortile della Sapienza. Tra la vittoria dei sindaci di sinistra e la nomina del governo Ciampi era il sistema Repubblica a trionfare. Non dimenticherò mai la trionfale vasca di Transatlantico di Eugenio in occasione della fiducia al governo dell’ex governatore di Bankitalia. Ma, come sappiamo, quella vittoria venne ghermita e lacerata dall’emergere del Caimano. Il blocco sociale, prima nascosto nel ventre del pentapartito dimostrava, come disse con straordinaria acutezza Alberto Cavallari, di aver attraversato intatto il cinquantennio repubblicano così come la russia zarista era riemersa identica al crollo del comunismo. La Prima Repubblica (entrambe) aveva in un certo senso fallito. Bisognava cambiare prodotto, il marketing non bastava più. E la Seconda Repubblica (entrambe) spesero i successivi vent’anni nel tentativo di crearlo. Fallendo. Non credo mi faccia velo il sacrificio umano di mio padre, unica differenza strutturale tra la Prima e la Seconda Repubblica giornalistica, chiesto per altro esplicitamente dalla proprietà. ”Pensi che farei un piacere alla proprietà e anche a Ezio Mauro, se mi levassi dalle palle” “Credo proprio di si”, rispose Eugenio. E credo caso unico nella storia, ad un condirettore uscente non fu affidata neppure una rubrichetta su qualche testata dell’ormai tentacolare gruppo editoriale. Il cambio di prodotto, che doveva approdare al PD, si realizzò nella erratica congerie di tentativi di battere il blocco sociale e, oggi si può dire sentenze alla mano, criminoso del centrodestra. Ma quel prodotto, come ogni prodotto politico, aveva bisogno di una mitologia. Decaduta quella berlingueriana della sinistra austera ed eticamente superiore, rimaneva quella dell’Europa. Capace di raddrizzare con i suoi vincoli il legno storto della società italiana e, chissà, di fare argine all’Unfit che se ne era impossessato. Purtroppo la nuova metafisica, alla dura prova dei fatti, non si sarebbe dimostrata meno fallata dell’altra. Mentre il prodotto, esperimento dopo esperimento bruciava Prodi, D’Alema, Amato, Rutelli, Fassino, Veltroni, Franceschini, Bersani, Letta e Renzi, ogni sua nuova versione spostava sempre più, da una legge Treu fino all’abolizione dell’articolo 18, il baricentro verso un centro tanto immaginario quanto inafferrabile elettoralmente. Ed ogni cedimento, come nel tiro alla fune, rendeva solo più forte l’avversario. Quando la nuova crisi esplose, l’intervento europeo tra risatine e manovre sullo spread sembrò poter riuscire in quello cui il prodotto aveva fallito. L’epifania di Monti, un colpo di genio di Napolitano, sostenevano all’unisono Editore e Fondatore sembrò loro un secondo governo Ciampi, invece del commissario liquidatore, su programma dei governatori francofortesi, di ogni residua istanza di centrosinistra. Dalla concertazione alla sua abolizione, tanto per dirne una di metodo. Non si rendevano conto, entrambi e con loro quell’eccellente professionista di Mauro che essi erano il bambino all’interno dell’acqua sporca che stavano gettando via. Ricordo la paternalistica, inusitata violenza verbale con cui Eugenio liquidava, quasi diseredandola del suo cognome, i dubbi di Barbara Spinelli sulla traiettoria dell’Europa reale, mentre si tesseva il quotidiano panegerico su Ventotene. E se quella era la linea, allora e inevitabilmente, il nemico impercettibilmente, inavvertitamente non era più il Mackie Messer degli editoriali anni 90, ma il populismo grillino. Per loro Hyksos, di raccapricciante ignoranza, di aspetto tanto spaventoso quanto dovevano sembrare i proletari, fangosi e monocigliuti, ad un nobile zarista. Il prodotto dunque si schierò tutto a guardia dell’argine, ma guardando verso terra, ove resta tuttora. Ignaro, quasi tuttora, che alle sue spalle ruggisca il fiume montante di una destra cui, lasciato il campo completamente libero nel sociale, non resta che rivendicare anche il razzismo. Per cui non errore di un ingrato, svanente, nonuagenario , ma inevitabile compimento di una strategia diventa l’endorsment al Caimano piuttosto che allo “sfaccendato” di Deluchiana definizione. E quando l’Editore, oggi, rimprovera il Fondatore è solo un tragico Dorian Gray alle prese con il suo ritratto.

giovedì 25 gennaio 2018

Un sacco brutto

3.500.000.000.000.000. Tre milioni e mezzo di miliardi. Di sacchetti di plastica. Meglio, di quote della tassa da 2 centesimi su quelli per le verdure. Se lo studio di Bank of America ( http://www.repubblica.it/economia/finanza/2018/01/14/news/climate_change_bofa_merril_lynch-186069812/?ref=RHPPBT-VE-I0-C6-P10-S1.6-T1 )sulle misure necessarie a parare la catastrofe globale del cambiamento climatico è corretto queste sono le dimensioni del problema. Per evitare che il termometro vada fuori scala, da 4 a 12 gradi in più, alla fine della vita dei miei figli, occorre intervenire subito e in maniera massiccia. Quella cifra all’inizio corrisponde ai settantamila miliardi di dollari che serviranno da qui al 2040 per realizzare la transizione ad un mondo sostenibile. Il problema dei sacchetti è quindi, se credete agli scienziati, risibile. Facendo rapide divisioni il costo per ripulire il pianeta vale circa 10mila dollari per essere umano attualmente in circolazione. O, se preferite, una cinquantina di annate del PIL del nostro paese, o più o meno un anno intero del Pil mondiale. E’ ovvio che i due centesimi sono assai meno del proverbiale ditale per svuotare il mare. Ma non devono essere presi sottogamba perchè ci interrogano su una cosa fondamentale. Questi soldi chi li deve tirare fuori? La soluzione sacchetto dice in maniera esplicita voi, noi. I consumatori finali. Prima indotti, inconsapevolmente, a portare il pianeta sull’orlo della distruzione, fin da quando Bramieri ci canticchiava “ma signora guardi ben che sia fatto di Moplen”, e adesso chiamati a pagare le pulizie. Chi questo modello di sviluppo, come si diceva una volta, ha voluto e su cui ha costruito immense fortune, niente. La vecchia regola del chi rompe paga non vale. Qualcuno ha fatto davvero il conto del costo che gli abitanti del pianeta dovranno pagare per il dieselgate, cioè solo per la parte truffaldina del sistema ecologico-economico di questi ultimi anni. Sarà compensato dalle multe? Possiamo dubitarne sulla scia della vicenda amianto? Perchè, sapete, l’allarme non è di oggi. Tanto per dire il primo sulla famosa isola di spazzatura plasticosa che galleggia nel Pacifico è della metà degli anni ottanta. Praticamente coevo della scoperta del buco nell’ozono. Ma, siccome combattere i gas CFC non era tanto costoso per il sistema, il buco ormai è quasi chiuso. L’isola di plastica, invece, potrà tra breve essere utile come zattera per le popolazioni costiere. Ma anche a non voler essere “punitivi” nei confronti dei produttori, perchè sappiamo, “comprendiamo”, che è più facile fare pagare poco a mille che tanto a uno, non sarebbero quei 70mila miliardi di investimenti un momento d’oro per il ritorno dello stato imprenditore di cui parla Marianna Mazzuccato e di una economia non basata solo sui profitti di pochi ma sugli interessi generali? Perchè, sia chiaro, i 34miliardi di investimenti VW o gli 11 di Ford per le auto elettriche da qui al 2025, li pagherete tutti voi, a listino. Non sarebbe ora di un piano Marshall planetario, un patto, questo sì, a debito pubblico con le generazioni future ( che altrimenti se la passeranno davvero male,se ci saranno)?

lunedì 22 gennaio 2018

#Metoo

C’è qualcosa che ricorda la genuina sorpresa del marito manesco nelle reazioni che vengono dal Pd, dopo il no all’accordo in Lombardia da parte di Liberi e Uguali. Quel chiedersi perplessi, ma perché mi odi? Che ti ho fatto? E anche negli appelli dei padri nobili, che sembrano più i figli disperati delle coppie divorziate male, e che fantasticano di un’armonia familiare che non c’è mai stata. Un po’ come deciso da alcuni giudici di Torino, quello che è successo alla sinistra all’interno del Pd non configura il reato di maltrattamenti. In fondo una sberla ogni tanto non cagiona “un disagio continuo e incompatibile con le normali condizioni di vita” e perché si sarebbe trattato di “atti episodici” che erano accaduti “in contesti particolari. Qualche voto di fiducia episodico, qualche legge particolare, anche rottamare la Costituzione non impediva le normali condizioni di vita. Per esempio Emiliano e Orlando pare siano ancora in discreta salute e Fassino è stato visto perfino un po’ più in carne. Ma la cosa bella, almeno a leggere Gori, è la convinzione che l’odio sia una questione di gerarchie, di nomenklatura. Roba da D’Alema. E questo è davvero strano perché, anche a prescindere dal diverso atteggiamento nel Lazio, se qualcosa ci dicono i sondaggi, già in calo, per la formazione di Grasso è proprio che il potenziale elettorato è molto, ma molto, più incazzato rispetto a dirigenti che hanno trangugiato quasi tutto in questi anni, a partire dal novembre 2011 e fino alle più recenti votazioni sulla legge elettorale, almeno per quel che riguarda Boldrini. Annegati nella loro colossale autocostruita fake news dei Mille giorni, i Democratici sono convinti che tutto questo un po’ sia piaciuto, che diceva di no ma ci stava, e poi sapessi come sono diffuse le fantasie di sottomissione. Per la gente in carne e ossa, invece, sono stati anni di diritti persi, di stipendi calanti o scomparsi, di lavori a tre mesi, tre settimane, tre giorni, pensioni che si allontanano come la tartaruga da Achille. Per cui, per questa rabbia immensa, come direbbe il Cyrano di Guccini, non basta copiare lo slogan di Corbyn, bisogna copiarne anche i comportamenti politici. “Instead of career they had causes”.

sabato 6 gennaio 2018

Meraviglie. La penisola dei tesori

E così, tra un paio di mesi, ci toccherà vedere la quarta resurrezione. E Matteo Renzi si aggiungerà ad Occhetto, D’Alema, Veltroni e Bersani nella lunga teoria degli sconfitti da Berlusconi. Un Berlusconi ormai transitato dalla chirurgia estetica alla tassidermia, identico nel colore del legno e nella conciatura della pelle alle sedie di Cantù che ornavano i tinelli del proletariato anni settanta. Accompagnato da tipi che fanno ripensare a Fini e Bossi con la reverenza che si riserva ai Pari d’Inghilterra. Siccome si tratta di un cinepanettone stravisto, dal titolo La gioiosa macchina da guerra a vocazione maggioritaria, non ci sarebbe neppure da spendere due parole per trama e critica. E tuttavia il regista è riuscito in una operazione miracolosa. Fare peggio delle altre volte. Rendersi del tutto inutile. Perchè tra tutte le scelte che troveremo sulle schede del Rosatellum, una sola non serve veramente a niente. Il voto al Pd. Perfino il voto a Liberi e uguali/Libere e uguali, se no mi si offende la Presidenta, ha un suo perchè. Abbattere Renzi, anche a costo di votare per una banda di complici,, prima e di succubi poi della globalizzazione che adesso, ci spiegano, è diventata tanto brutta, sapesse signora mia. Votare per la sedia di Cantù, è un po’ come richiamare Valcareggi dopo Ventura, serve almeno a sentirsi giovani come eravamo un quarto di secolo fa. Come su un muro sbrecciato della ex Jugoslavia “torna Tito tutto è perdonato”, torna Silvio. Condanne, mignotte, braccia destre in galera, lo spread, i caroselli e i girotondi, ci ha detto Scalfari, sono da dimenticare e noi ci fidiamo. Oh se ci fidiamo. Perchè così fermiamo i barbari, rozzi, ignoranti pentastellati. E ci prendiamo Salvini con la Meloni di contorno. Votare per i rozzi, dio se lo sono, è, sarebbe, potrebbe essere, l’unico voto utile per fermare costoro. Ma siccome non sono Macron dio ve ne scampi e liberi. Che poi non siano Macron, sarebbe tutto da vedere perchè l’odio congenito per lo Stato, inteso come erogatore di servizi e beni ce l’hanno. Mi è cascato l’occhio su un elogio di Giggino a Cottarelli e alla spending review, un ziczaccare di forbici da 50 miliardi di sprechi e corrruzzzzione che farebbe inumidire l’occhio al lugubre Monti. Ma comunque votare per loro significa, per chi lo fa, provarci. Male che vada Spelacchiati lo siamo già quasi tutti. Votare Pd non serve a niente. Non evita la vittoria di nessuno, non contribuisce alla vittoria di nessuno. Mission accomplished, indeed.

sabato 23 dicembre 2017

Ad Ebenezer Scrooge

Uno dei passaggi chiave del mondo in cui viviamo è stato il prevalere del nostro essere consumatori sull’essere produttori. Ogni volta che consumiamo partecipiamo, consapevolmente o meno, al processo di sfruttamento di qualcuno da qualche parte della catena produttiva distributiva. Certo, consumando alimentiamo anche quella catena lungo la quale ci sono lavori, impieghi, redditi che costituiscono la fonte di sostentamento della gente. Ma la prevalenza del consumatore sul produttore ci spinge inesorabilmente a sperare, a volere, a contribuire allo schiacciamento del costo di ciò che compriamo, ignari o indifferenti al fatto che questo accadrà prima o poi inevitabilmente anche alla catena di cui noi facciamo parte. Ci sono però dei momenti che improvvisamente ci rendono consapevoli. Lo sciopero degli addetti al magazzino di Amazon nel giorno del black friday, la battaglia dei dipendenti di Ryan air il licenziamento della impiegata dell’Ikea, la consegna da me di una spesa fatta online ad Eataly, sotto una pioggia scrosciante, da un povero ragazzo in bicicletta. Cui, magari, piace tantissimo pedalare anche nei giorni liberi se ne ha, ma che sicuramente non lo stava facendo come millanta il sito che lo ingaggia per una rinnovata coscienza ecologica nel campo del delivery. Per lui era solo decrescita felice mentre, massimamente infelice, qualche azionista o amministratore delegato, dal sedile di una Mercedes o dalla plancia dello yacht stilla lacrime sulle foreste amazzoniche. Ma forse qualche segnale positivo c’è. In Spagna hanno appena stabilito che i pedalatori di uno di questi gruppi non sono lavoratori autonomi, con tanto di bici propria, mancata assicurazione e contributi latitanti. Sono dipendenti. Così come i dipendenti di Amazon italia dovrebbero avere il contratto dei postelegrafonici, secondo l’Authority. Così come Uber non è un servizio di appuntamenti automobilistici ma una compagnia di Taxi sia pure 2.0. Insomma basta , basterebbe, avere la volontà politica di imporre leggi ed il loro rispetto. E poi star lì a vedere i capitalisti che rinunciano a mercati pregiati come quello italiano. E siccome da qui a poco toccherà votare, forse è meglio non irridere alle proposte di Gigino Di Maio sulle festività da far rispettare anche nella distribuzione, a meno di non renderle facoltative e strapagate. Perchè la battaglia vincente della sinistra del futuro è la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario verso il limite delle 30 ore che già ha adottato l’Olanda. Perchè mai come oggi suonano profetiche e di “sinistra” queste parole “onorevole collega, partiamo dalla premessa che in un dato Paese vi siano cento milioni di operai occupati, con un salario medio di un dollaro al giorno per 800 milioni di ore di lavoro al giorno - non esistono disoccupati, non si parla di crisi, gli affari vanno - ad un tratto uomini di genio inventano un qualcosa che permette, con 75 milioni di uomini, di compiere il lavoro che prima ne richiedeva cento. Ci saranno 25 milioni di disoccupati, la domanda e i consumi si ridurranno e dopo un po' grazie ad una "catena paurosa" basteranno 60 milioni di operai a produrre quanto chiesto dal mercato. Che fare per uscire dal collasso spaventevole? Ridurre le ore lavorate da 800 a 600 mantenendo invariate le paghe" Sono di Giovanni Agnelli, il fondatore, e sono del 1933 contro il liberal liberista Luigi Einaudi

mercoledì 22 novembre 2017

Annuncio funebre.

Ed infatti, eccoci qui. Al momento della scelta, la scelta è fatta. Tra Di Maio e Berlusconi scelgo Berlusconi. E’ l’undicesima risposta, quella che rinnega trent’anni di lavoro e si autoconsegna alla inutilità di un’esistenza. Perchè ovviamente Scalfari sa chi è Berlusconi e con chi si accompagna. Sa che, per quanto di destra, ignorante, pressappochista, dilettantesco ( in pieno accordo con la definizione deluchiana di “sfaccendato”) possa essere Gigino Di Maio, non è un pregiudicato interdetto dai pubblici uffici, non ha il principale ideologo del suo movimento in galera per associazione mafiosa, non ha il suo migliore avvocato radiato e in galera per aver corrotto i giudici che cercarono di sfilargli da sotto il culo il suo gruppo editoriale. Sa che per quanto economicamente ignorante e dilettantesco il movimento 5stelle non porta la responsabilità della grande crisi del 2011 ( almeno secondo la vulgata di Repubblica essa sarebbe di Berlusconi). Sa che con Di Maio non corrono e quindi non non salirebbero al governo Salvini e Meloni. Però al momento della scelta, che ad esempio si è dovuta fare in Sicilia o ad Ostia, il Fondatore sceglie Berlusconi. Certo lui non lo voterà. Inseguirà ancora la chimera del PD, così come io inseguirò ancora la chimera di chi chiede il ritorno della revoca di un licenziamento illegale e non della sua monetizzazione. Poi, però, in un giorno qualunque della prossima primavera, fatto lo spoglio e verificato il presumibile stallo, toccherà dire chi dovrà formare il governo. E ancora una volta, come con il tanto rimpianto duo Letta Napolitano, la canzone sarà quella delle larghe intese da Arcore al Nazareno. Mi tocca riproporre la frase usata, per ricordarlo, nel secondo anniversario della morte di mio padre. Vivo, moriresti di rabbia.

martedì 7 novembre 2017

L'argine

"No poverello, soffrì nun soffre". Le due donne camminano in riva al mare subito dopo la dissolvenza che ha lasciato Vittorio Gassman al tappeto bofonchiare "so’ contento". "Io me lo magno" le ultime parole pronunciate prima di alzarsi dall’angolo da cui Tognazzi gli dice buttati che siamo alla seconda ripresa. Paragone irresistibile con il fu Matteo Renzi, che dalla metaforica carrozzella continua a bofonchiare me lo magno, mettendo insieme, come il suonato che è, il 40% della vittoria alle Europee e il 40% della trombata al referendum. Non soffre. Ai cazzotti che fanno male ha fatto l’abitudine dopo quell’euforia ingannatrice della notte europea. Torino, Genova, Roma, la Liguria la Sicilia, Livorno, L'Aquila, Piacenza, Asti, in un compatto moto di ripulsa che, a differenza di quanto accadeva con Berlusconi, odiatissimo da noi ma amatissimo dai suoi elettori, non si realizza con l’aumento dei nemici ma con la fuga disgustata degli amici che corrono a bruciare le tessere elettorali, manco fossero le cartoline precetto per il Vietnam. A parte la pietà umana, che Renzi vada al tappeto e con lui il partito democratico, questo ippogrifo irreale e mal disegnato, a me va benissimo. Cioè mi andrebbe benissimo se ci fosse qualcuno che, sia pure per il cinico calcolo di vincere la borsa dell’incontro, dicesse buttati giù, è un incontro farsa, una truffa per gli spettatori. E invece niente, mentre il sangue riga la faccia pesta sono tutti lì a ragionare sul jab, sulla guardia, il gioco di gambe. Che sarebbe il mettiamoci Minniti o Gentiloni o Franceschini o Pisapia o Grasso alla guida del tritacarne che ha inghiottito la sinistra italiana. Ancora con la stessa idea che il compito principale della sinistra sia quello di opporsi al populismo dei 5 stelle, il famoso argine. Solo che, a furia di fare la guardia all’argine di sinistra, nessuno si è accorto che l’acqua stava salendo pure su quello di destra. E che il corso del fiume a valle diventava sotterraneo e non c’era più nessun argine, solo il mesto arrancare delle acque nel sottosuolo come il Seveso o i torrenti interrati di Genova. Solo così si spiega il delirio di una legge elettorale che è stata fatta contro Di Maio e per obbligare Berlusconi ad un appoggio da vassallo e che ormai è quasi certo darà la vittoria parziale al centrodestra pure nel resto d’Italia, non solo tra gli impresentabili della Sicilia, e ridurrebbe il Pd all’ Alfano della prossima legislatura. Solo così si possono ancora sommare i pochi voti di Fava e di Micari sognando il 40, mentre il risultato da 25. Solo così si può ignorare che i voti di Fava insieme e a quelli di Cancelleri avrebbero evitato il ritorno della Sicilia tra le fauci del Caimano. E se a Ostia Casa Pound e il clan degli Spada aggiungeranno il loro peso ai fascisti in doppio petto, solo i voti del Pd potrebbero fermare la Suburra scegliendo i 5 stelle, ma ovviamente no, la piccola vedetta sull’argine ha già detto che non ci si schiera. Discorso logico, legittimo perfino quando all’angolo tra paradenti insalivato e qualche passata di spugna si pensava di essere primi o al massimo secondi lì lì. Ma se si finisce terzi? E la retorica del voto utile? E le pippe sul second best? E la scomunica a Melenchon perchè non si schierava tra Le Pen e Macron? Sempre lì a raccontarsi che “ In tutto l'Occidente, la divisione classica è tra la sinistra di governo, riformista, e quella di opposizione, radicale” Ancora? Dopo Corbyn? E ancora con la sinistra riformista italiana? Quale ? Quella dell’articolo 18, della Fornero? Dell’alternanza scuola lavoro? Di Poletti. IO soffro, eccome se soffro!

venerdì 27 ottobre 2017

Dal bar in piazza

Ma se quello che, dopo essere stato cacciato dal governo da un plebiscito di voti popolari, ha trascinato in piazza gli stracci sporchi di Bankitalia, costretto il governo a mettere le fiducie sulla legge elettorale in entrambe le camere facendo trasalire le vecchie e sperimentate giunture perfino dell’emerito Napolitano, indotto il presidente del Senato ad andarsene disgustato dal partito, fatto mancare i “suoi” ministri dal consiglio sulla proposta di nuovo governatore da presentare al capo dello Stato, fosse stato Silvio Berlusconi e se il suo partito si fosse chiamato Forza Libertà o Popolo d’Italia, scusate sono un pensionato e non mi ricordo, oggi non ci sarebbero tutti i giornali per bene a chiamarci alle piazze e soprattutto alle urne per erigere un baluardo contro l’avventurismo e il populismo? Se fosse un oscuro ex steward del San Paolo assunto , nell’immortale definizione di De Luca , alla condizione di sfaccendato non saremmo qui a dire che la sfida è tra chi ha il senso delle istituzioni repubblicane e chi ha una concezione del partito ispirata a quel filosofo di Pietro Savastano? Non si tuonerebbe all’anomalia mai sopita, citando il ribellismo delle classi dirigenti, ed elencando i cadaveri eccellenti che il pistolero toscano si lascia dietro nella sua versione di Scarface? No? Così solo per sapere, tanto per regolarsi tra un mano e l’altra di tressette.

mercoledì 25 ottobre 2017

Il silenzio per gli indecenti

Uno dei grandi vantaggi della mia recente condizione è quello di potermi risparmiare il giorno per giorno. Quante cazzate e pensieri pseudo profondi che uno si trova ad applicare agli spostamenti minimi della politica.Pensate che, lavorando, avrei dovuto commentare l’apertura di Speranza a Renzi , appena tre giorni prima di veder salire il suo non ancora partito al Colle per annunciare l’uscita dalla maggioranza. Mi sarei dovuto appassionare alla ribollente attività che circonda il miserabile meccanismo della legge elettorale, unica vera mission di chi ha da depositare il culo anche per i prossimi 5 anni. Oppure ai referendum padani, manco Gentiloni fosse Rajoy. Politica politicante. Cui, davvero, non so perchè andiate ancora dietro. Mentre le cose serie che dovrebbero riempire le piazze come fossimo a Barcellona sono gli esiti, i residui della gestione della crisi. La pensione a 67 anni per tutti (scusatemi), record europeo che supera ogni logicità in uno dei paesi con la più alta disoccupazione o sotto occupazione dei giovani. L’aberrante sentenza della Consulta di oggi che in un paese che certifica oltre cento miliardi l’anno di evasione sostiene che il decreto Poletti rubando ai pensionati solo 30 miliardi invece di 32 realizza un “un bilanciamento non irragionevole tra i diritti dei pensionati e le esigenze della finanza pubblica". E io dovrei appassionarmi per questi nani, che votarono compatti il pareggio di bilancio. Ricordatevelo. Alla camera il 30 novembre 2011 464 e 0 no, con 11 eroici astenuti e 153 ignavi assenti o in missione per poter dire io non c’ero. Ricordatevelo. Al Senato il 15 dicembre del 2011 255 favorevoli, 0 contrari, 14 gloriosi astenuti e 52 mangiapane a tradimento che si diedero alla fuga. Avete capito? 0 voti contrari su 945 parlamentari e uno spicciolo di senatori a vita