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mercoledì 21 giugno 2017
Cameriere mi porti il Conte, per favore.
Jon Ossoff, chi era costui? Era , per dirla con le parole del nostro presidente del consiglio il Conte Paolo Gentiloni Silveri, viendalmare,un esponente della sinistra che vince. Perchè ci ha detto il Conte, nato maoista e gruppettaro per finire rutelliano e renziano, davvero che spreco che si fa della vita a volte, quella che perde non gli piace. Quella che perde, dice, è quella di Sanders e di Corbyn. Quella che vince, ovviamente, deve essere quella di Macron. E Jon Ossoff è proprio un macronide della Georgia, USA. Impegnato con il sostegno economico spettacolare dell’ala clintoniana del partito, quasi 23 milioni di dollari di spesa, a vincere la più facile delle campagne elettorali per un seggio parlamentare in una supplettiva. La più facile, a leggere le nostre cronache e i nostri commenti, basata sullo slogan: rendete furibondo Trump. Quel presidente spregevole e disprezzato, inseguito dall’impeachment per ostacolo alla giustizia, forse spia russa o comunque succube di Putin, quel pagliaccio che sapete e che in quel particolare distretto, di buona classe medio alta americana, aveva vinto per appena il 2% dei voti sulla Clinton. E quindi vai col macronide, sottospecie hillaryca. A me i repubblicani per bene, disgustati dal capello color paglia, vai con un bel programma centrista, e chi se ne frega dell’elettorato di Sanders, quello che avendo sentito il conte Gentiloni perde, insomma la ripetizione in salsa giovanile del sorriso rictus della ex first lady. Ovviamente la sinistra che vince ha perso. Si è scoperto che per quanto gli americani disprezzino Trump, solo il 31% nell’ultimo sondaggio pensa che un congresso controllato dai democratici attuali avrebbe un qualche impatto positivo sulle loro vite. Questo voto, per noi giornalisti qui a destra dell’Atlantico non significa nulla, abbacinati dal Re Sole dell’Eliseo e dal suo insostenibile splendore vincente, 16% degli aventi diritto al voto nel ballottaggio delle politiche. Però se leggeste The Nation, The Jacobin, Vox e pure il Financial Times vedreste che loro ne parlano, eccome di Jon Ossoff. Come dell’ultima pietruzza tombale sulla sinistra che vince di Gentiloni. Quella che per riuscirci, e ormai non sempre, è diventata solo un’altra destra.
lunedì 22 maggio 2017
Il regno di Id
Secondo l’immortale striscia del Mago Wiz: “ Maestà come va la guerra alla povertà? La sto vincendo. E tutti quei poveri là fuori? Loro l’hanno persa.”
Mario Draghi ci ha annunciato qualche giorno fa che la crisi è finita. Ha ragione. E’ finita. Nel senso che con il voto in Francia sono finite, nel ragionevole futuro, le possibilità che la costruzione dell’Euro entrasse in crisi dal punto di vista politico. Qualche anno fa, al culmine della crisi dei debiti sovrani, Paul Krugman da economista si stupiva della sopravvivenza dell’Euro, una insensatezza economica. Ma poi ammetteva, quello che lo tiene in piedi è l’immenso investimento politico che ha comportato. Come si è visto la diagnosi era corretta. Solo una perdita catastrofica sul piano politico avrebbe potuto eliminare l’errore economico (che poi errore non è visto che la crisi da esso parzialmente indotta è servita allo scopo che l’inventore della teoria delle aree valutarie ottimali gli attribuiva, quello di essere il reaganismo che avrebbe demolito l’Europa del welfare). Questa perdita politica c’è stata, ma non in misura sufficiente. In Francia oltre il 40% degli elettori sui due rami dello schieramento si è schierata contro la struttura vigente, ma al secondo non si è sommata. Non voleva, e se anche avesse voluto tutto è stato fatto per renderlo impossibile. E Marine Le Pen nei giorni successivi alla sconfitta non ha mostrato maggior spessore di Tsipras dopo la vittoria. Gli orizzonti quindi si allontanano politicamente di un quinquennio, il secondo dall’inizio della crisi europea, quasi il terzo dallo scoppio di quella globale. Potrebbero accorciarsi ma solo al prezzo di una nuova scossa economica che, francamente, nemmeno un tantopeggista come me riesce ad augurarsi e ad augurarvi anche se in parte ce la meriteremmo. Il sistema è dunque riuscito a inglobare e digerire la più potente malattia dai tempi del 68. Lo ha fatto in buona parte grazie a noi. Dalla Grecia agli Stati Uniti le varie sinistre, dai portuali del Pireo agli attori di Hollywood, hanno tremato sull’ultimo scalino. Ad Atene, quindi, la società civile ha fatto un salto indietro di mezzo secolo. A Washington il salto è temporalmente irrilevante, l’America fa esattamente lo stesso che ha sempre fatto, guardate i traffici di armi con i Sauditi alla faccia del 11 settembre e delle sue povere vittime, ma il lavoro dei globuli bianchi di CIA e FBI ad ogni minimo contatto di Trump con i russi è l’equivalente moderno dei tre proiettili di Dallas. Nemmeno dalla Casa Bianca si può sfidare il complesso militar industriale. Caligola non può portare le legioni a raccogliere conchiglie.
Ma adesso tocca tornare alla striscia di Parker e Hart. E’ finita, d’accordo. Ma quegli straccioni nel cortile del castello? Quell’Italia, per stare nel nostro piccolo, disegnata dai vignettisti dell’Istat. Impoverita, proletarizzata visto che si fatica a rintracciare il ceto medio gemma del nostro miracolo economico. Spaventata e incattivita. Uno spazio sociologico immenso per una sinistra che tornasse a fare il suo mestiere di pedagogia delle masse. Dato che le masse anche se ridotte ad una infinità di individui continuano ad esistere, così come continua ad esistere la pietra anche se noi sappiamo della sua struttura atomica. Una sinistra pedagogica per la buona causa degli sconfitti della crisi, invece che la sua versione corifea dei vincenti ha bisogno, oltre che di idee nuove e del recupero di quelle vecchie, di tempo. Ma oggi è totalmente preda dell’orizzonte corto delle elezioni. Un Marx, un Lenin, un Togliatti o un Berlinguer, oggi, non avrebbero una seconda chance. Tutto si deve prostituire al miraggio del governo. E’ quello che con strazio vedo accadere in Gran Bretagna. Un programma come quello di Corbyn, for the many not for the few, assolutamente condivisibile e probabilmente capace di invertire il pendolo avvelenato del tatcherismo, sarà accusato di essere il responsabile della possibile sconfitta, che invece sta nella sottovalutazione della rabbia sociale che ha portato alla Brexit tema che doveva essere dei laburisti e non di quel pagliaccio di Farage, e, con grande piacere del Re di Id, messo da parte invece di stare lì ad attendere la prossima, inevitabile, crisi come pietra di paragone di quello che si può fare di diverso e migliore. E avremo perso davvero.
lunedì 17 aprile 2017
La presa della pastiglia; blu
E' una rivoluzione. No , maestà, è una rivolta. Ho intenzionalmente rovesciato il dialogo tra Luigi sedicesimo e il duca di Liancourt alla presa della Bastiglia. Siamo a una settimana dal primo turno delle presidenziali francesi, ad un paio dalla clamorosa capitolazione di Donald Trump di fronte all'offensiva congiunta dello stato profondo e dell'intellighenzia democratica. Una tenaglia irresistibile che ci consegnerà il peggio di due mondi, l'imperialismo militare dei neocon clintoniani e l'arretramento alt right sui diritti civili garantito dal nuovo giudice costituzionale, l'avventurismo del dilettante e il medioevo antiscientifico che ci porterà alla catastrofe climatica. Ma nella capitale dell'impero non sono consentite deviazioni, improvvisazioni. Siano i no global degli anni di Bill, quelli di Occupy Wall street degli anni di Obama, figuriamoci l'eresia isolazionista di Bannon. Il sospiro di soddisfazione di chi pensa di aver vinto la battaglia per impedire la deriva antidemocratica si mischia alla risata sommessa delle sigle davvero vincenti FBI, CIA, NATO. Il rintocco della Liberty Bell americana è quindi stato fesso, come sempre nella storia del meraviglioso paese, durato quelle poche settimane, come tra la fine della sua apartheid e la guerra in Vietnam Quella americana si è quindi dimostrata una rivolta. Possono essere terribili, sanguinose, lunghe, ma le rivolte sono sempre domate, si spengono sempre. Perchè in fondo le rivolte mirano sempre al ripristino, al ritorno di una età dell'oro. Non sono rivoluzioni che condannano l'esistente e il preesistente in nome di un futuro diverso, se non migliore. Infatti di rivoluzioni ne abbiamo avute due in 228 anni. Il repentino tracollo della rivolta trumpiana fa scalpore, però, solo per la rapidità. Il fallimento di una ricetta nata all'interno della stessa logica che ha originato la malattia non poteva e non può essere una sorpresa. La miopia di una sinistra che di fronte all'insorgere dei populismi, invece di sfidarli spostando l'attenzione dei disperati verso i veri bersagli, si è trincerata nella difesa dell'ordine esistente come minore dei mali adesso la costringerà a battere le manine ad ogni lancio di tomahawk. Invece di cogliere l'occasione di mostrare al mondo la crepa creata dalla contraddizione di sistema, tutti i cervelli si sono muniti della cazzuola per spalmare il cemento della mancanza di alternative. Di fatto dichiarando la propria totale inutilità. Adesso normalizzato Trump, basta attendere l'ultimo tornante. Tra tre settimane il ballotaggio francese. L'ultimo rischio di andare davvero fuori strada. Di vedere davvero la contraddizione che spacca l'edificio. Poi la grande occasione della crisi sistemica sarà andata perduta. Lenin sarà rimasto a giocare a scacchi in riva al lago, Robespierre continuerà a fare l'avvocato ad Arras. Ci daremo appuntamento alla crisi climatica, quando arriverà. Chi sarà così sfortunato da esser vivo a quel tempo.
venerdì 7 aprile 2017
Arcobalenghi
La pallina impazzita del flipper preannuncia il tilt. Pietroburgo,Idlib, Al Shayrat e Stoccolma. Noi, loro, il nemico del mio nemico, l’amico del nemico del mio nemico, mentre pezzi di esseri umani frullano nell’aria. Noi possiamo fare poco, ma non stiamo facendo niente. Quindici anni fa, tre volte la durata della prima guerra mondiale, più del doppio della seconda, sul tavolo c’era figurativamente la testa di un altro osceno dittatore, sterminatore del suo popolo, utilizzatore di armi chimiche. Eppure mentre Bush si apprestava a fare salsicce halal di una nazione, milioni di uomini e donne sfilavano avvolti nelle bandiere arcobaleno, arcobaleni che pendevano quasi allegri dalle finestre di una casa su due. I giornali come sempre clamorosamente incapaci di leggere il presente parlavano addirittura di nascita di una superpotenza, l’opinione pubblica. C’era un papa che fulminava condanne ai guerrafondai, c’erano paesi dotati di storia e memoria, guidati da gollisti o socialdemocratici, che dicevano di no, a rischio di vedersi boicottate le patatine fritte. C’era gente che pensava al fare e alle sue conseguenze, che pesava anche sulla bilancia traboccante del torto, il torto minimo di perseguire un paese e un uomo proprio per l’unica cosa che non avevano fatto, per l’unica minaccia che non costituivano. Sapendo che la perquisizione illegale, in uno stato di diritto, annulla il valore della prova ritrovata. Su tutto questo, certo, si è spalmata la marmellata dell’abitudine. E poi la banalità del bene. L’elegante, distinto, charmant ex inquilino della Casa Bianca. Davvero uno tutto chiacchiere e distintivo. Per cui oggi si può scrivere, temo credendoci davvero, che i tomahawk di stanotte sono un cambio dalla politica di Obama che usava “solo” i droni. Detto così pensi al giocattolino che fa le foto aeree al matrimonio non a una bestia da undici metri, che ti spara nel piloro un Hellfire o una Paveway con una testata più grossa del Cruise. E infatti nessuno sfila. Tutti si sfilano. Una bandierina, non tutte, sul profilo, la fotografia di un monumento colorato, non tutti, un segno di spunta sui posti da vacanza o weekend da evitare per i paurosi, o da sfruttare per un bel ribasso dell’albergo. E l’orrendo cialtrone criptofascista, il dilettante allo sbaraglio, l’anomalia repugnante, l’uomo di paglia del Cremlino, quello che deve cadere per salvare la scintillante democrazia con un impeachment, quale che sia la motivazione, quando attacca senza prove un paese senza dichiarargli guerra, op! torna ad essere il gendarme del mondo e noi, a Stoccolma solo per mezza giornata, ci sentiamo tutti contenti perchè il business è as usual. Arcobalenghi.
mercoledì 5 aprile 2017
La linea d'ombra
L’ho detto e lo ripeto. Io la storia della Russia non la capisco. E siccome non la capisco tendo a pensare che dietro ci sia altro. Ma forse mi devo rassegnare, come mi capitò quando studiavo la storia della Riforma protestante. Lì davvero si scannavano perchè uno credeva che Gesù Cristo fosse già nel pane prima della consacrazione e un altro invece che ci entrasse solo dopo. Poi ovviamente qualche principe se ne approfittava per ridisegnare i confini. Ma era vero. E quindi forse è vero che la Russia è oggi il principale problema del mondo. E che l’influenza che Mosca può avere sull’attuale imperatore d’occidente sia il terreno di scontro reale. La Russia di oggi. Da sfidare. Forse da travolgere militarmente. Tra Navalny e una bomba a Pietroburgo, tra una isteria mediatica, che manco ai tempi dei Rosenberg, e la ricerca del casus belli in Siria. La Russia che starebbe dietro, rubli alla mano, a tutti i populismi, come stava dietro a tutti i comunismi. Una guerra che noi, be insomma noi, combattiamo a suon di rivoluzioni arancioni e loro soffiando sui fuochi lepenisti o grillini, dopo aver centrato il bingo del Manchurian candidate alla Casa Bianca. Cui adesso l’idiozia di Assad, se vogliamo crederlo un idiota che nei giorni pari è al guinzaglio dei russi e in quelli dispari fa quello che gli pare, offre su un piatto d’argento l’esca avvelenata del gas. Riportandolo esattamente lì dove stava Obama nel 2013. Sull’orlo del confronto militare. I precedenti non sono esaltanti, dal golfo del Tonchino alle armi di distruzione di massa di Saddam, fino, appunto alla strage del 2013. Di cui, se vogliamo essere generosi, possiamo dire che non sappiamo chi la eseguì, anche se è praticamente certo che fu appunto il tentativo di dare un pretesto all’intervento. Ma oggi un Trump salito al potere anche per rovesciare la politica del duo Obama Clinton, si ritrova incitato dai soliti noti, tipo Hollande, a dover considerare cosa fare esattamente nella stessa direzione di marcia. I gas di Assad, ufficialmente distrutti sotto controllo Onu, con annesso nobel per la pace agli smantellatori dell’arsenale, mai usati mentre i tagliagole gli circondavano il palazzo e usati adesso, nel giorno alterno dell’idiota, mentre tutti ormai si erano rassegnati a lasciarlo a Damasco. Lo dico e lo ripeto. Io questa storia non la capisco. Ma inizio a credere che sia la vera storia.
domenica 5 febbraio 2017
Trumpaciov
Perchè? il nostro paese è così innocente? E allora io inizio a pensare a Gorbaciov. Quando ho letto questa frase di Trump, in risposta all’obiezione di un giornalista della Fox, ma Putin è un assassino, ho fatto un salto. Ovviamente farete fatica a trovarla sui nostri giornali, tranne che sul Fatto, altrove è sepolta sotto titoloni sullo stop ai migranti, cioè la stessa cosa che Gentiloni ha appena messo in piedi con lo pseudo governo della Libia, ma non voglio parlare di questo. Voglio dire che quella di Trump è la frase che più nella storia americana si avvicina ad una ammissione che l’Impero del Bene ha USAto, USA e USerà gli stessi strumenti dell’Impero del Male. Basta con la retorica dei cavalieri Jedi contro la Morte Nera. Per difenderci dal comunismo, e adesso dall’Islam radicale, anche Joda e Obi wan Kenobi hanno ammazzato ragazzini a pacchi, come fossero un qualunque Anakin Skywalker. Finalmente! Basta con la retorica del quello è un bastardo, ma almeno è il nostro bastardo. L’invasione dell’Iraq ha le stesse giustificazioni legali e propagandistiche di quella della Polonia. I leader uccisi direttamente, indirettamente, con caldo consiglio o istigazione, le democrazie rovesciate e torturate valgono come la Cecoslovacchia o l’Ungheria. Il libro nero dell’atlantismo. Naturalmente per le ironie della storia siccome a dirlo è un fascista, o un quasi fascista, le sinistre per bene partite marciando contro la Nato adesso sono pronte all’arruolamento nei marines. Semper fidelis, right or wrong, my country. Esilarante, quanto squallido. Ma torniamo a Gorbaciov. Anche l‘ultimo comunista andò al potere pensando di poter modificare dall’interno il sistema che sapeva marcio e pericolante. E invece il suo tentativo non fece che accelerare il disfacimento dell’Impero, proprio perchè un edificio marcio non si consolida tinteggiando la facciata con pennellate di glasnost e perestrojka. Oggi e qui, partendo da questa frase di Trump si disvela quello che tutte le articolesse sul 45 presidente evitano con accuratezza di affrontare. I nostri paesi sono così innocenti?I nostri sistemi sono così innocenti? Le nostre economie sono così innocenti? Come Gorbaciov disvelò al di là del muro l’impossibilità di riformare l’Impero, così oggi Trump disvela la controriforma di questo Impero, la rottura di ogni patto sociale. Come Gorbaciov era convintamente comunista, così Trump è convintamente capitalista. Ma la domanda è uscita dal vaso di Pandora. Siamo così innocenti?
venerdì 3 febbraio 2017
Il presidente dello stato libero di Bananas
Allora qui dobbiamo scegliere tra Jacques de La Palice, che se non fosse morto sarebbe ancora in vita e Alibante di Toledo, che andava combattendo ed era morto. Sto parlando degli Stati Uniti, ovviamente. Perchè o si tratta di una grande,salda democrazia che non può essersi trasformata in un osceno regime solo per il cambio di inquilino alla Casa Bianca, oppure se è oggi un osceno regime non poteva essere una grande, salda democrazia. Io ho visto appunto usare, dai media americani, il termine regime per Trump. Certo in inglese ha una valenza diversa, però ragazzi. Dove sono gli arresti dei dissidenti, dove la messa fuori legge dei movimenti, dove la censura sulla stampa e l’imprigionamento dei colleghi, dove l’esautoramento del parlamento? Questo temono? Noi, qui in Europa ne sappiamo di più. E’ vero che Hitler vinse le elezioni, e pure Mussolini, dopo aver cambiato la legge elettorale in un italicum ante litteram. Ma prima? Squadracce, pestaggi, omicidi, giornali e libri in fiamme. Dove è Matteotti, o Amendola, dove i Rosselli e i Gobetti. Dove il Reichstag? Qui, prima, abbiamo avuto l’idillio e la grazia di Obama. E allora questo passaggio dal giorno alla notte senza tramonto, come ai tropici? Capisco che gli americani siano molto, e giustamente, orgogliosi di essere l’unica democrazia repubblicana operante da più di 200 anni. Però pure loro lo sanno come si fa ad abbattere una democrazia, ne hanno una certa esperienza: all’estero. Come dice la barzelletta russa in America non ci sono rivoluzioni, arancioni o di altro colore, perchè è il solo paese in cui non c’è una ambasciata americana. Stiano tranquilli.
martedì 31 gennaio 2017
Oltre il giardino
Mi avete detto che con l’ultimo contropelo mi sono fatto un po’ prendere la mano. Avete ragione per cui ci riprovo, in modo più terra terra. Quando dico, citando Nicola Lagioia, che la sinistra è stata il protagonista secondario di un sogno altrui, voglio segnalare un pericolo e cioè che oggi l’orrore per ciò che Trump è e per ciò che fa la spinga a diventare, scusate a continuare ad essere, un difensore di ciò che c’era prima. Tutta l’energia, la rabbia, il disgusto che Trump o i suoi emuli e predecessori in Europa possono suscitare, e quanto giustamente, dove erano mentre il protagonista secondario taceva, non agiva o ancor peggio agiva in soccorso delle stesse politiche? Dove erano i milioni di manifestanti mentre Obama espelleva o respingeva nel solo 2014 oltre 400mila clandestini, per di più quasi tutti cattolici ispanici? Dove erano i giornali per bene, che ci mettono sotto occhio la lista dei sette paesi discriminati, mentre Obama e i suoi alleati bombardavano anno dopo anno quegli stessi paesi? Perchè tutti sottolineano il mancato bando all’Arabia Saudita e agli Emirati, sottintendendo quindi che il bando sarebbe, nel caso, accettabile, se noi per primi facciamo affari con loro dai grattacieli di MIlano, alle armi, ai Rolex dei ministri in visita? Dove sono state le manifestazioni di piazza per i compagni greci mentre venivano chiusi i loro bancomat, dove i titoli a tutte colonne, come per la legge sulle violenze domestiche russe, per le leggi che tolgono ad Atene il diritto ad essere curati? Noi lo sappiamo che Trump è la febbre parossistica di un corpo infetto che prova a cuocere il virus della sua ingiustizia a costo di bruciare le cellule sane, il rimedio dello stregone che spaccia polvere di scorpione. Ma perchè nessuno dei dottori laureati nelle università della socialdemocrazia, fino a un attimo fa era chino sul paziente con i suoi vaccini, antibiotici e anzi elogiava il dimagrimento tumorale dello Stato spacciandocelo come se fosse un recupero della forma atletica? E allora ben venga la rabbia e il disgusto. Ma la voglio in servizio permanente ed effettivo.
venerdì 27 gennaio 2017
Sogno o son desto
La sinistra è il personaggio secondario di un sogno altrui. Quando ti imbatti in una frase così, l’ha scritta Nicola Lagioia in un lungo, intelligentissimo commento alla vittoria di Trump (http://www.internazionale.it/opinione/nicola-lagioia/2017/01/19/donald-trump-sogno), ti fermi perchè ti apre un mondo. E se sei come me reduce dalla visione di Westworld di mondi se ne aprono di paralleli. Il sogno altrui è ovviamente quello del neoliberismo e, oggi, di quello in cui si sta trasformando: il neoprotezionismo. Sogno per un trentennio, l’edonismo reganiano, incubo oggi. Ma solo per chi, personaggio secondario di quel sogno, non ha avuto l’autonomia del pensiero, l’autocoscienza, la ricordanza. Appunto oggi incubo di muri, tariffe, immigrati. Invece il sogno precedente... Un mezzo continente ridotto da sedici anni in un parco giochi militare, con milioni di morti che non si rialzano la mattina dopo per recitare di nuovo la parte del pediatra di Aleppo o del piccolo Aylan. Intorno a noi un parco giochi capitalistico diviso rigidamente: i visitatori da 40mila dollari al giorno cui tutto è concesso, popolato da forza lavoro sempre più sofisticata e sempre meno pagata, puri strumenti, anzi risorse, per ora umane. Eppure la fantasia degli sceneggiatori, quel mondo repellente in cui ritrovare il se stesso bestiale, omicida e stupratore rispetto a questo, reale, è migliore. Lì il demiurgo capisce che il ciclo non è infinitamente replicabile, che il dolore non è semplicemente formattabile, che non c’è deposito abbastanza grande per i corpi rottamati. In questo il Ford magistrale di Anthony Hopkins è come Trump. Con una differenza gigantesca. Che Hopkins abita il suo sogno da protagonista. E da protagonista programma e indirizza la rabbia verso il giusto nemico. Mentre Trump indica ai cenciosi americani che avuto il merito di riscoprire e narrare altri morti di fame, al di là del confine, Hopkins indica il consiglio di amministrazione anche a costo di indicare se stesso, l’intellettuale che ha trasformato il pensiero in proprietà intellettuale. Non la rivolta di lavoratori a zero salario contro lavoratori a basso salario, non quello che succede nei sotterranei di Westworld ma quello che accade tra calici di champagne e diagrammi di profitto nel resort in superficie. Ma la sinistra oggi è invece preda del sogno di Amleto. Morire, dormire. Dormire, sognare forse. E qui sta l’intoppo. Quali sogni possano venire in quel sonno di morte.
sabato 21 gennaio 2017
Strangehate
Distopia. E’ l’accusa che potete leggere, con vari gradi di enfasi in tutti i commenti al discorso inaugurale di Donald Trump. L’accusa di raccontare un paese che non esiste, o è profondamente diverso da quello raccontato e di parlare a nome di quel paese immaginario. Ma è anche l’accusa rivolta da Trump all’establishment e ai media su cui lui ha costruito il cigno nero della sua impossibile vittoria, e che ha appunto ribadito con i toni aspri di un comizio elettorale anche nell’occasione in cui, appagati dalla vittoria, i presidenti sciolgono le ali della retorica sul sogno americano, sulla scintillante città sulla collina. Era dal discorso di Roseevelt a Chicago nel 36, quello de “il governo del denaro organizzato e tanto pericoloso quanto quello di una folla organizzata, dei poteri forti che mi odiano e il cui odio io accolgo con soddisfazione” che non si sentiva un racconto così contropelo della società americana.. L’America è,allora, il carnage, il massacro, di cui ha parlato Trump?. Oppure, con poche migliaia di voti di differenza qua e là, sarebbe stata quella che avrebbe celebrato se stessa e l’epica rottura del soffitto di vetro, in una adunata festante e numerosa incensata dai media come quella del 2009, di fronte al sorriso falso di Hillary? Sappiamo che la realtà è ampia, il bicchiere pieno a seconda degli occhi di chi guarda. Però a me di fronte ai 43 milioni di persone che hanno bisogno dell’ assegno di integrazione alimentare, ai 7 milioni di condannati a pene detentive di cui tre in carcere, al milione e mezzo di americani uccisi a colpi di arma da fuoco dal 1968 ad oggi, al paese che è stato in guerra per ogni singolo giorno degli ultimi 15 anni, il cui leader,Nobel per la pace ha bombardato i civili di sette diversi paesi, in fondo fa piacere che anche gli Stati Uniti abbiano perso, o stiano iniziando a perdere, la convinzione della loro eccezionalità. And God bless all of us.
lunedì 16 gennaio 2017
Oxfam 2017
Allora vedo che in molti siete stati bravi e vi siete ricordati di Oxfam. Come avete visto le cose sono inesorabilmente peggiorate. Se l’anno scorso ci voleva un pullman gran turismo per portare in giro l’equivalente in ricchi della metà povera del mondo, adesso basta un pullmino Volkswagen. Naturalmente oggi e domani i giornali ne parleranno, signora mia a che punto siamo arrivati. E poi se ne dimenticheranno per arrivare, smarriti e pieni di domande del dopo,al prossimo appuntamento con una delle tranvate che inesorabilmente , dove consentito, i cittadini riserveranno come disperato urlo di protesta contro questa deriva. L’anno scorso avevo detto che l’inversione di quel dato dei 62 paperoni era la soluzione di tutto. Oggi posso aggiungere che quello degli 8 fantastiliardari è il dato che spiega tutto. Quello che abbiamo visto e quello che vedremo. E già quello che stiamo vedendo soddisfa in pieno la mia anima marxista-dadaista. I democratici e la sinistra uniti nella lotta con la CIA e la NATO è perfino meglio di quando mi capitò di vedere una piazza San Giovanni, gremita di bandiere rosse, che inneggiava a Indro Montanelli. Ma non sarebbe opportuno chiedersi se davvero è credibile che la CIA stia difendendo la democrazia occidentale e provare invece a capire quale è davvero lo scontro, e chi si contrappone davvero, all’interno del consiglio di amministrazione della MONDO spa. La CIA contro l’amministratore delegato della Exxon, contro i banchieri di Goldman Sachs entrati nel governo Trump, dopo essere entrati in tutti gli altri governi precedenti? Perchè? E’ il potere militar industriale raccontato da Eisenhower che davvero mirava alla guerra con la Russia? E dall’altra parte ci sono quelli che hanno capito che andare avanti così è impossibile, che ci vuole una valvola di sfogo, una qualunque, prima che sia troppo tardi e che invece dei ballot inizino a volare i bullet? Io non lo so. Ma Oxfam mi indica la rotta anche quest’anno.
martedì 15 novembre 2016
La legge ad ovest del Pecos
Sono in viaggio; quindi questa volta il messaggio nella bottiglia è solo scritto. Ma non potevo proprio trattenermi. Mentre traducevo l’articolo di Will Denayer mi sono imbattuto nella frase “Obama ne ha deportati milioni”. Lì per lì, pensate come sto messo, ho associato la frase alle conseguenze della guerra in Siria. Poi mi sono fatto prendere dal dubbio. E ho controllato. Negli otto anni di presidenza Obama sono stati espulsi dagli Stati Uniti due milioni e settecentomila immigrati clandestini. Lo sapevate? Il triplo dei profughi siriani che hanno causato il collasso dell’Unione europea. L’equivalente di venti anni di sbarchi dei disperati di Lampedusa. Ecco io non lo sapevo. Non avevo mai letto aperture a tutte colonne sullo sceriffo Obama. Non so i nomi e non ho mai visto le foto dei ceffi che gli hanno consigliato queste deportazioni. Però so, e lo sapete anche voi, che Trump ne vuole espellere altrettanti e conosco, e anche voi conoscete, il ceffo che lo consiglia. Quindi, come sempre, oportet ut scandala eveniant.
venerdì 11 novembre 2016
2016
Ci ho messo molto. Anche se l’hai vista arrivare da 5 anni l’onda di tsunami fa comunque impressione. E un po’ devi risistemarti. Certo non come i colleghi che in tutte le parti del mondo, laceri e contusi si chiedono come mai, loro, non l’hanno vista. Quando arriveranno a capire che fino al momento di frangersi l’hanno applaudita come un bellissimo spettacolo della natura, avranno finito di fare il loro percorso di autocoscienza. Perchè oggi sono tutti buoni a fare il Bersani che dichiara morto il blairismo avendolo rovinosamente praticato anche quando era ormai uno zombie, uno sdentato come il presidente socialista della Francia chiama i poveri. Quella robaccia là nata, come diceva due giorni prima del voto Munchau, uno dei pochi a vederla arrivare dalle colonne del Financial Times, sulla base della falsa credenza che le elezioni si vincono al centro, sul richiamo delle limousine ministeriali, sul complesso di inferiorità di non saper fare politiche fiscali responsabili e sulla convinzione che tanto gli elettori di sinistra non avevano dove altro andare. E il cui culmine ridicolo è la costituzione di Renzi, andato a mangiarsi gli ultimi canapè lasciati da Obama alla Casa Bianca, e che adesso ovviamente spera che la lista degli invitati sia stata buttata per fare il solito rigatino alla Conte Mascetti. La gara ad inseguimento della destra liberista è finita. Là dove nacque la rivoluzione reazionaria contro lo stato, ne è nata una nuova. L’ infelicità dell’occidente ultra ricco e pieno di lavoratori poveri ha, come inevitabile, trovato uno sfogo. Sarà quello dell’odio dei penultimi sugli ultimi. Dei diritti incivili. Del negazionismo climatico. E potrebbe anche funzionare, per un po’. Ma fargli il verso non è possibile se non diventando, stavolta consapevolmente, non come loro, ma loro. Questo anno bisesto vi ha dimostrato che si può davvero, se si vuole come loro hanno voluto. Vi ha restituito il peso insostenibile della libertà di scelta. Scegliete.
domenica 6 novembre 2016
Ad ovest di Paperino
Caligola o Nerone. Per molto tempo l’analogia che mi attraversava la mente è stata questa, in relazione al voto di martedì notte. Due imperatori, ci hanno raccontato postumamente gli oppositori, bizzarri e crudeli. Dannosi e folli. Un incendiario in questo caso al femminile, uno capace di fare senatore un cavallo e di portare le legioni a raccogliere conchiglie sulla spiaggia. Tutti e due destinati ad un brutta fine. Aiutava l’analogia il racconto svetoniano della campagna, politica zero, solo scienze comportamentali. Un maniaco sessuale, contro una compulsiva violatrice delle regole. Una sensazione confortata dalle analisi sulla copertura mediatica dei temi della campagna. Tanto per dire zero virgola zero sulla questione climatica. D’accordo nessuno vota sui programmi, solo sui caratteri. Ma poi quei caratteri attuano programmi per cui, almeno io, tanto per sapere di che morte morirò li guardo. E quindi se noto tutto il complesso militar industriale che si schiera dietro la Clinton non penso che sia perchè non vedano l’ora di avere una donna sul trono. Come che sia da qualche giorno ho cambiato analogia.Non se la meritano quella con gli imperatori. Troppo alta. Adesso è tra Paperoga e Gastone. Tra il perfettino cotonato e superfortunato e lo svitato con i capelli fuori posto. Essendo noi Paperino sappiamo come va a finire. Comunque
domenica 9 ottobre 2016
Politicamente Corrotto
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