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giovedì 2 febbraio 2017
Six feet under
Dovrei occuparmi ancora del regime di Trump. Lo chiamano così i democratici americani, e lo farò domani. Però anche da pensionato, sia pure senza aver ancora visto un assegno che sia uno, non posso esimermi dalla soddisfazione postuma. Ve li ricordate i gufi? Io, ad esempio. E tutti quei cuor contenti piddini che ci chiamavano tali. A dirgli, per tre anni tre, badate state sprecando soldi e una fase di irripetibile tranquillità in mance, prebende, iniziative sbagliate. Pensate di essere immuni dalla contingenza internazionale grazie alle vostre riforme, come diceva un certo Gutgeld. E invece siete appesi al respiratore di Draghi, whatever you takes. E si pompavano come code di pavone, facendo finta di criticare Bruxelles e Berlino per due spicci di flessibilità, sempre nascosta, da bravi epigoni di Badoglio, sotto l’emergenza, un anno i profughi, quello dopo il terremoto, per il prossimo speriamo nella xylella. Ed eccovi qui, nella vostra confortevole tomba di famiglia, coperti da sei piedi di terra. La disoccupazione giovanile al 40% e la procedura di infrazione europea, insieme. Con il cagnolone Padoan che saltimbanca, come sulla solidità delle banche italiane. Non so se avete presente Monte Paschi Siena e Unicredit, fondo Atlante. Secondo voi perchè a Bruxelles dovrebbero dargli retta, adesso, sui tempi e i modi con cui voi dovrete, comunque, tirare fuori questi tre miliardi e 400 milioni? Se li tenevano alla catena lunga solo in funzione anti populista e per fargli vincere il referendum. Non sono stati capaci. Adesso gli levano l’osso dalle zanne. Dio, come bubolo!
venerdì 28 ottobre 2016
La lettera scarlatta
Allora è così. Il problema è il dolore straordinario. Il dolore dei profughi che possono arrivare più un anno e meno un altro. Se soffrono troppo e muoiono per strada meglio, non sono un problema. Il dolore di chi ha visto la terra sbriciolarsi sotto i piedi, ma solo se si tratta di un terremoto. Se è una frana, una pioggia, una valanga, no. Per questo si può finalmente chiedere, si può pretendere. Si possono finalmente sbattere i pugni sul tavolo. Fare, e dare l’impressione di essere dotati di palle anche con i forti invece che solo con i deboli. Invece il dolore normale, quello no. Quello di chi ha perso il lavoro, quello di chi non riesce a iniziare a lavorare, quello di chi ha perso la casa “solo” per uno sfratto, quello dei malati, quello dei disabili, quello dei pensionati al minimo. Quello di chi passa ore di vita sui treni dei pendolari o sulle strade sconnesse. Quelli no.Per loro non c’è lo spazio delle richiesta e della pretesa. Per loro vale l’abominevole legge di Padoa Schioppa, oggi fortunatamente sepolto vicino alla mamma, quel bamboccione. Bisogna “attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’ individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità.” Ecco.
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