martedì 25 aprile 2017
L'ultimo spettacolo
Ormai la direzione di marcia, forse non l'approdo, ma ci credo poco, è chiaro. La grande crisi dell'economia neoliberista e delle sue strutture di potere e comando si concluderà con un feroce spostamento a destra degli equilibri politici, senza che questo spostamento a destra si spinga abbastanza in là da creare uno squilibrio decisivo. Nel contempo la vecchia sinistra che si è compromessa con il sistema, avendo archiviato l'idea di controllarlo, pur di mantenere le sue posizioni di potere esce annientata per sempre. Elezione dopo elezione i dati si confermano i vecchi partiti socialisti, pur partendo spesso da posizioni di governo, precipitano verso, o direttamente, a percentuali a una cifra eppure non appena subita la batosta e mentre proclamano a gran voce di aver “capito” la lezione si precipitano a confermare tutte le politiche che li hanno portati lì, tipo il votate Macron al secondo turno, denunciando in questo modo la loro completa estraneità al mondo che li circonda. Quelli che non solo hanno “capito” ma ci hanno “pensato su”, diciamo la sinistra da Melenchon a Massimo D'Alema, passando da Tsipras e Corbyn, pensano di poter affrontare tempi di ferro con la stessa morbidezza con cui si avvolsero nei velluti della inesistente terza via. Non hanno il coraggio di affondare le mani nella merda e nel sangue della politica, secondo la vecchia formula di Rino Formica. E oggi la merda e il sangue sono le pulsioni identitarie, i razzismi, gli sciovinismi, i nazionalismi, i protezionismi,le xenofobie risorgenti. Questo no strillano, come demi vierge scandalizzate. E poi, ovviamente fanno il decreto Minniti ma nulla che possa turbare i mercati. E certo che no, certo che no. Ma le risposte! Non le domande! Non la domanda che chiede, disperata, protezione, aiuto, sicurezza. E' tempo di esercitare da sinistra la stessa spregiudicatezza che viene esercitata da destra. Non si può dire voglio un articolo 17 e mezzo, si deve dire voglio il 18 e mezzo. Perchè se no, ormai è chiaro, elezione dopo elezione la scelta reale che viene lasciata agli elettori è tra una destra ferocemente liberale, finanziaria, individualista ed una destra ancora più destra, verso l'infinito e oltre, Tra Trump e Clinton, tra i conservatori e l'Ukip, tra Wilders e Rutte, tra Macron e la Le Pen. Tra Renzi e Berlusconi. E gli elettori dimostrano di essere abbastanza disperati da affidarsi sempre di più alla destra che più destra non si può. Qualche volta vince: in America, al referendum inglese, qualche volta perde: in Olanda, in Austria verosimilmente in Francia, ma sempre dopo aver imposto uno spostamento dell'equilibrio impressionante. Sarebbero abbastanza disperati da affidarsi a una sinistra che fosse tale, che proponesse, credibilmente, soluzioni altrettanto drastiche ma opposte, che fosse pronta a infilare le sue mani nel calderone rovente a rischio di scottarsi? A parte Minniti o la Boschi, cosa avete da perdere nel provarci?
mercoledì 19 aprile 2017
La pillola rossa
Questo me lo hanno strappato dalle mani. Stavo leggendo l'ennesimo articolo sulle diseguaglianze e mi sono arenato sull'ennesima ripetizione della frase “ che hanno portato alla nascita dei populismi”. Ecco, signori, no. Non è questo che ha portato alla nascita dei populismi, qualunque cosa questa parola esprima a seconda delle diverse situazioni. Non sono le ineguaglianze. E' la scomparsa delle alternative non populiste per, non dico risolverle, ma affrontarle. Il populismo non è solo una reazione “antiscientifica” come, ad esempio, la mania anti vaccini che ci circonda. Non è solo un ritorno a credenze magico irrazionali, come l'affidarsi a un dio di fronte al fallimento inevitabile di una soluzione scientifica ad un problema di salute. E' anche il ricorso ad una medicina sapienziale, alternativa, prechimica, quando ti viene impedito l'accesso alle normali medicine che in parte funzionavano (anche se poi, alla fine, si muore comunque). Per quasi mezzo secolo si è lavorato, quasi esclusivamente, ad eliminare queste medicine, a stroncare ogni esperimento, a cancellare ogni prescrizione del farmaco anche in piccole dosi, partendo dall'assunto che se prendi 20 grammi di aspirina muori e quindi se ne prendi uno muori uguale. Gli esperimenti sono stati fatti finire coi carri armati dove si poteva(in Cile) con i mezzi della finanza dove non si poteva (nella Francia di Mitterand) con la moltiplicazione della minaccia nucleare quando serviva (nell'Urss di Gorbaciov) con lo snaturamento e la mutazione genetica di partiti e sindacati (ovunque). Tutto e sempre per cancellare chiunque e qualunque cosa volesse mettere in discussione i concetti di profitto e proprietà dei mezzi di produzione e parlare di redistribuzione e stato imprenditore. Può essere che fosse giusto così. Può essere, anzi è stato dimostrato, che la medicina nelle dosi prescritte dai sacri testi fosse talmente tossica e con tanti effetti collaterali negativi da far preferire la malattia. Ma ecco, sia chiaro, l'acqua che è stata buttata con il bambino dentro non era la malattia, era “una” cura. La malattia, di cui l'ineguaglianza è solo un sintomo, gli altri sono lo svuotamento della democrazia e la crisi climatica, è stata lasciata libera di espandersi. Dopodichè che i malati si affidino agli stregoni, a quelli che predicano l'odio per il diverso da Parigi a Istanbul, da Washington a Tora Bora, che si affidino a risposte così bizzarre e maleducate, signora mia, è solo una conseguenza. Ci rimpiangerete.
lunedì 17 aprile 2017
La presa della pastiglia; blu
E' una rivoluzione. No , maestà, è una rivolta. Ho intenzionalmente rovesciato il dialogo tra Luigi sedicesimo e il duca di Liancourt alla presa della Bastiglia. Siamo a una settimana dal primo turno delle presidenziali francesi, ad un paio dalla clamorosa capitolazione di Donald Trump di fronte all'offensiva congiunta dello stato profondo e dell'intellighenzia democratica. Una tenaglia irresistibile che ci consegnerà il peggio di due mondi, l'imperialismo militare dei neocon clintoniani e l'arretramento alt right sui diritti civili garantito dal nuovo giudice costituzionale, l'avventurismo del dilettante e il medioevo antiscientifico che ci porterà alla catastrofe climatica. Ma nella capitale dell'impero non sono consentite deviazioni, improvvisazioni. Siano i no global degli anni di Bill, quelli di Occupy Wall street degli anni di Obama, figuriamoci l'eresia isolazionista di Bannon. Il sospiro di soddisfazione di chi pensa di aver vinto la battaglia per impedire la deriva antidemocratica si mischia alla risata sommessa delle sigle davvero vincenti FBI, CIA, NATO. Il rintocco della Liberty Bell americana è quindi stato fesso, come sempre nella storia del meraviglioso paese, durato quelle poche settimane, come tra la fine della sua apartheid e la guerra in Vietnam Quella americana si è quindi dimostrata una rivolta. Possono essere terribili, sanguinose, lunghe, ma le rivolte sono sempre domate, si spengono sempre. Perchè in fondo le rivolte mirano sempre al ripristino, al ritorno di una età dell'oro. Non sono rivoluzioni che condannano l'esistente e il preesistente in nome di un futuro diverso, se non migliore. Infatti di rivoluzioni ne abbiamo avute due in 228 anni. Il repentino tracollo della rivolta trumpiana fa scalpore, però, solo per la rapidità. Il fallimento di una ricetta nata all'interno della stessa logica che ha originato la malattia non poteva e non può essere una sorpresa. La miopia di una sinistra che di fronte all'insorgere dei populismi, invece di sfidarli spostando l'attenzione dei disperati verso i veri bersagli, si è trincerata nella difesa dell'ordine esistente come minore dei mali adesso la costringerà a battere le manine ad ogni lancio di tomahawk. Invece di cogliere l'occasione di mostrare al mondo la crepa creata dalla contraddizione di sistema, tutti i cervelli si sono muniti della cazzuola per spalmare il cemento della mancanza di alternative. Di fatto dichiarando la propria totale inutilità. Adesso normalizzato Trump, basta attendere l'ultimo tornante. Tra tre settimane il ballotaggio francese. L'ultimo rischio di andare davvero fuori strada. Di vedere davvero la contraddizione che spacca l'edificio. Poi la grande occasione della crisi sistemica sarà andata perduta. Lenin sarà rimasto a giocare a scacchi in riva al lago, Robespierre continuerà a fare l'avvocato ad Arras. Ci daremo appuntamento alla crisi climatica, quando arriverà. Chi sarà così sfortunato da esser vivo a quel tempo.
venerdì 7 aprile 2017
Arcobalenghi
La pallina impazzita del flipper preannuncia il tilt. Pietroburgo,Idlib, Al Shayrat e Stoccolma. Noi, loro, il nemico del mio nemico, l’amico del nemico del mio nemico, mentre pezzi di esseri umani frullano nell’aria. Noi possiamo fare poco, ma non stiamo facendo niente. Quindici anni fa, tre volte la durata della prima guerra mondiale, più del doppio della seconda, sul tavolo c’era figurativamente la testa di un altro osceno dittatore, sterminatore del suo popolo, utilizzatore di armi chimiche. Eppure mentre Bush si apprestava a fare salsicce halal di una nazione, milioni di uomini e donne sfilavano avvolti nelle bandiere arcobaleno, arcobaleni che pendevano quasi allegri dalle finestre di una casa su due. I giornali come sempre clamorosamente incapaci di leggere il presente parlavano addirittura di nascita di una superpotenza, l’opinione pubblica. C’era un papa che fulminava condanne ai guerrafondai, c’erano paesi dotati di storia e memoria, guidati da gollisti o socialdemocratici, che dicevano di no, a rischio di vedersi boicottate le patatine fritte. C’era gente che pensava al fare e alle sue conseguenze, che pesava anche sulla bilancia traboccante del torto, il torto minimo di perseguire un paese e un uomo proprio per l’unica cosa che non avevano fatto, per l’unica minaccia che non costituivano. Sapendo che la perquisizione illegale, in uno stato di diritto, annulla il valore della prova ritrovata. Su tutto questo, certo, si è spalmata la marmellata dell’abitudine. E poi la banalità del bene. L’elegante, distinto, charmant ex inquilino della Casa Bianca. Davvero uno tutto chiacchiere e distintivo. Per cui oggi si può scrivere, temo credendoci davvero, che i tomahawk di stanotte sono un cambio dalla politica di Obama che usava “solo” i droni. Detto così pensi al giocattolino che fa le foto aeree al matrimonio non a una bestia da undici metri, che ti spara nel piloro un Hellfire o una Paveway con una testata più grossa del Cruise. E infatti nessuno sfila. Tutti si sfilano. Una bandierina, non tutte, sul profilo, la fotografia di un monumento colorato, non tutti, un segno di spunta sui posti da vacanza o weekend da evitare per i paurosi, o da sfruttare per un bel ribasso dell’albergo. E l’orrendo cialtrone criptofascista, il dilettante allo sbaraglio, l’anomalia repugnante, l’uomo di paglia del Cremlino, quello che deve cadere per salvare la scintillante democrazia con un impeachment, quale che sia la motivazione, quando attacca senza prove un paese senza dichiarargli guerra, op! torna ad essere il gendarme del mondo e noi, a Stoccolma solo per mezza giornata, ci sentiamo tutti contenti perchè il business è as usual. Arcobalenghi.
mercoledì 5 aprile 2017
La linea d'ombra
L’ho detto e lo ripeto. Io la storia della Russia non la capisco. E siccome non la capisco tendo a pensare che dietro ci sia altro. Ma forse mi devo rassegnare, come mi capitò quando studiavo la storia della Riforma protestante. Lì davvero si scannavano perchè uno credeva che Gesù Cristo fosse già nel pane prima della consacrazione e un altro invece che ci entrasse solo dopo. Poi ovviamente qualche principe se ne approfittava per ridisegnare i confini. Ma era vero. E quindi forse è vero che la Russia è oggi il principale problema del mondo. E che l’influenza che Mosca può avere sull’attuale imperatore d’occidente sia il terreno di scontro reale. La Russia di oggi. Da sfidare. Forse da travolgere militarmente. Tra Navalny e una bomba a Pietroburgo, tra una isteria mediatica, che manco ai tempi dei Rosenberg, e la ricerca del casus belli in Siria. La Russia che starebbe dietro, rubli alla mano, a tutti i populismi, come stava dietro a tutti i comunismi. Una guerra che noi, be insomma noi, combattiamo a suon di rivoluzioni arancioni e loro soffiando sui fuochi lepenisti o grillini, dopo aver centrato il bingo del Manchurian candidate alla Casa Bianca. Cui adesso l’idiozia di Assad, se vogliamo crederlo un idiota che nei giorni pari è al guinzaglio dei russi e in quelli dispari fa quello che gli pare, offre su un piatto d’argento l’esca avvelenata del gas. Riportandolo esattamente lì dove stava Obama nel 2013. Sull’orlo del confronto militare. I precedenti non sono esaltanti, dal golfo del Tonchino alle armi di distruzione di massa di Saddam, fino, appunto alla strage del 2013. Di cui, se vogliamo essere generosi, possiamo dire che non sappiamo chi la eseguì, anche se è praticamente certo che fu appunto il tentativo di dare un pretesto all’intervento. Ma oggi un Trump salito al potere anche per rovesciare la politica del duo Obama Clinton, si ritrova incitato dai soliti noti, tipo Hollande, a dover considerare cosa fare esattamente nella stessa direzione di marcia. I gas di Assad, ufficialmente distrutti sotto controllo Onu, con annesso nobel per la pace agli smantellatori dell’arsenale, mai usati mentre i tagliagole gli circondavano il palazzo e usati adesso, nel giorno alterno dell’idiota, mentre tutti ormai si erano rassegnati a lasciarlo a Damasco. Lo dico e lo ripeto. Io questa storia non la capisco. Ma inizio a credere che sia la vera storia.
lunedì 27 marzo 2017
Lo chiameremo Jeeg Robot?
Se siete convinti che la google car servirà a farvi parcheggiare con comodo siete degli illusi. L’obiettivo è quello di eliminare un altro snodo del lavoro umano, i camionisti. Che hanno la sgradevole abitudine di fare pipì ed aver fame di tanto in tanto, e se poi possono dormire magari evitano la strage in autostrada. Google truck questi bisogni ovviamente non li avrà, così il camion correrà, come quello di Duel, 24 ore su 24 al nostro inseguimento. Tra il 25 e il 40 % dei posti di lavoro tra 15 anni saranno a rischio di sostituzione artificiale, dice l’ultimo rapporto della Pricewater and Coopers. Questo non significa un’ automatica ed equivalente caduta del lavoro umano, perchè altri tipi di lavori sorgono di continuo, io cito sempre il settore dei videogames. Ma il dato è di quelli con cui dovremo e dovranno soprattutto i giovani confrontarsi per capire a chi andrà il dividendo della automazione. Perchè il punto è sempre questo. Se il lavoro non umano costerà inevitabilmente meno e produrrà presumibilmente di più, non è affatto detto che ciò debba essere un male per gli umani. A patto che quei risparmi e quella maggior produttività non vengano sequestrati e tesaurizzati dai soliti noti. Ma siano redistribuiti. E non sotto forma di reddito di cittadinanza, che ci trasforma in puri consumatori a livello di sussistenza, dando sbocco alla produzione robotizzata e moltiplicando i profitti. Ma in maggiori risorse pubbliche per un welfare sempre più caro, pensiamo alla medicina di avanguardia e in tempo libero dal lavoro. Meno ore, meno giorni di lavoro a parità di salario. L’Utopia keynesiana, le tre ore di lavoro giornaliero che ci sarebbero bastate per vivere in modo soddisfacente lasciando il resto del tempo ad una espressione libera di sè, che può ovviamente anche essere ulteriore lavoro, ma non più nello scambio asimmetrico tra prenditore e prestatore d’opera. Insomma il robot potrà essere strumento ancora più micidiale di ingiustizia ed ineguaglianza oppure una grande occasione di liberazione. Noi schiavi degli automi o loro al nostro servizio. Di tutti, non di 8 o 10 persone. Per riuscirci bisognerà lottare, come lottarono gli operai della prima industrializzazione. Io non so se farò in tempo a vedere la strada che sarà imboccata. Mi raccomando non fate scherzi.
domenica 12 marzo 2017
A domanda rispondo
Uno di voi mi ha chiesto, in privato, quale sia il mio giudizio sulla scissione del Pd. Troppo poco, troppo tardi. Credo che sia in qualche modo ovvio tenendo conto di quello che avete letto su queste pagine, almeno dal novembre del 2011. Troppo tardi perché ormai quasi tutti i danni sono stati fatti. Forse vi è capitato di vedere la reazione giustamente adirata di Speranza a proposito del provvedimento di licenziamento dell'operaio col trapianto di fegato della Oerlikon. Magari sarebbe stata più credibile e anche più efficace in generale se Speranza non avesse votato a favore del jobact! Troppo poco perché se la scissione si limita a cercare di impostare dall'esterno quella trattativa di edulcorazione dei provvedimenti più sconci che non si avuto il coraggio di impostare da dentro e, di conseguenza, se non si è disposti a rischiare il passaggio anche all'opposizione del governo non si ha evidentemente la minima idea dell'immensità del compito di ricostruire una credibilità della sinistra. Perché cari scissionisti avete non solo guardato ma contribuito. Non è mica per caso che il Bomba riunisca il suo partito al Lingotto. Versa il sale sulle nostre ferite, su quelle che si aprirono già allora eppure la crisi, con le sue conseguenze, non era nemmeno nell' orizzonte concettuale del discorso di Veltroni. Perché la deriva che avete consentito è stata così ampia che oggi gli stinti epigoni della terza via non hanno neppure più il bisogno di camuffarsi da sinistra. Ve la ricordate la foto dei quattro in Camisa Blanca alla Festa dell'Unità 2014? In francese Valls: e in Francia i sedicenti socialisti certamente al secondo turno, ma molti anche al primo, voteranno per Macron. Lo spagnolo Sanchez: e in Spagna lo hanno abbattuto con un colpo di Palazzo perché troppo di sinistra dato che non voleva fare lo Junior partner di Rajoy. C'era poi un Carneade olandese del Pdva che sarebbe il partito del falco del rigore Djsselbloom, capo dell'Eurogruppo, in procinto di perdere una metà dei suoi seggi nelle elezioni di questa settimana. Insomma tutta gente che la sinistra l'ha data via e con grande soddisfazione. Se non fosse che poi i votanti di sinistra, o se ne stanno a casa in gran dispitto, o scelgono l'unica opposizione alla destra che gli sembra vera: quella ancora più a destra. Per cui se lavorando con tutte le loro forze ci hanno messo un quarto di secolo a distruggerla, la sinistra, quanto ci metteranno, secondo voi, a ricostruirla?
martedì 7 marzo 2017
Caccia grossa
Vorrei farvi vedere l'elefante. Frase ambigua dato che nel gergo americano indica la prima esperienza di combattimento. In questo caso però e l'elefante di Branko Milanovic, l'economista. Il grafico che vedete, la cui linea assomiglia appunto al groppone di un pachiderma e alla sua proboscide che scende verso il suolo e poi si alza, indica di quanto siano aumentati i redditi su scala mondiale a seconda della propria collocazione di partenza negli anni della globalizzazione e prima della grande crisi economica. E, insomma, il grafico di chi ha vinto e chi ha perso in quei vent'anni. Ci dice molto di noi perché il groppone che sale è quello dei poveri del terzo mondo che hanno agganciato la crescita. Cina e India su tutti che vedono la propria percentuale della torta salire fin quasi al raddoppio. È il grande dividendo della globalizzazione, quella cosa che tutti i suoi difensori mettono sul tavolo per spazzare via come briciole di non senso il rigurgito di protezionismo e di nazionalismo di questi ultimi anni. E difatti nell'ultimo meeting di Davos il più risoluto difensore della globalizzazione capitalistica è stato il presidente della Cina comunista che è issato su quel groppone. Ma c'è anche la proboscide e quella siamo noi, siete voi: i ceti medi, medio-alti dell'Occidente operai compresi perché, ricordiamo, che in termini di reddito a disposizione è ovviamente meglio essere relativamente poveri in Italia che relativamente ricchi in India. Per loro, per noi vent'anni di stagnazione assoluta anche di regressione. Attenzione! Prima della crisi. Prima, cioè, di aver perso il lavoro, di essere finiti in un part-time, di avere rinunciato ad articolo 18, di essere stati esodati. Come sappiamo nei 10 anni successivi la proboscide si è messa a scavare come una matta. Poi laggiù sulla destra vedete che i ricchi, quelli veri, hanno aumentato la loro ricchezza del 60% e di più ancora dopo la crisi perché, come ci dicono gli studi, l'uno per cento si è accaparrato tutta la crescita. Eccoli Trump, la Brexit, la Le Pen, i 5 Stelle, podemos, perfino Schulz stanno in quella voragine, nella carneficina di cui ha parlato Trump nel suo discorso inaugurale. Perché quel buco non è tollerabile. E quel buco ci dice che solo due soluzioni sono possibili. Colpire a sinistra, chiudere le porte di una vita dignitosa al cinese in patria o all'emigrante africano sul barcone. Livellare la gobba facendo rifluire quella ricchezza, come in un vaso comunicante paradossale, di nuovo qui. Restituendoci il sorriso sulla pelle dei poveracci come accaduto con la prima globalizzazione, quella coloniale. Oppure colpire a destra quella candela sempre più sottile e sempre più alta. La destra la sua ricetta l'ha messa in tavola. La sinistra, invece, continua a pastrugnare tra i piccoli privilegi e le poche tutele ancora rimaste in quel buco, condannandosi all'inutilità.
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giovedì 2 marzo 2017
Romeo sei tu Romeo
L’ho scritto e detto tante volte. A me della corruzione importa poco o nulla. Non è questione politica. Se ne occupano i magistrati quando la prescrizione, unica vera riforma da fare e quindi mai fatta, non glielo impedisce. Quindi poco mi interessano i Romeo della Raggi o quelli di Renzi. E poco il Verdini del Credito Cooperativo. Mi interessano le politiche della Raggi (lo stadio) e quelle di Renzi e Verdini (gli ultimi tre anni di governo). Ma purtroppo i colleghi non sono tutti come me e quindi quando trovano il politico col sorcio della tangente in bocca gli scatta l’eccitazione. Ma che sto dicendo? Chi sto prendendo in giro? Voi vi immaginate Di Maio condannato in primo grado a 9 anni oppure il papà di Grillo coinvolto nello scandalo Consip? Ve li immaginate gli editoriali, le correlazioni, la canea populista contro i populisti. Dozzine di pagine. Le penne all’arrabbiata dei tanti Merlo. Ecco in che mani vi siete o vi state per mettere! Invece no. Nonostante le sue politiche, anzi proprio per le sue politiche, il Torquemada cui viene affidato Renzi è il molliccio sosia di Assad. E tutti a scrivere che non ci si può scindere da un partito governato da quello lì e alleato con quell’altro perché si fa un favore alle destre e al populismo. Senza vergognarsi neppure un po’.
lunedì 20 febbraio 2017
La second line
E pensare che, invece, è così semplice. Attorno all’agonia del PD colleghi e intellettuali hanno mobilitato le loro penne per descriverne coloritamente e dettagliatamente gli spasmi o per interrogarsi sgomenti sui sintomi, definiti incomprensibili, di questa cachessia. E invece basterebbe sollevare lo sguardo dal capezzale del malato per accorgersi di essere in una corsia ospedaliera popolata di pazienti affetti dalla stessa malattia, alcuni ancora apparentemente in grado di lottare per la vita, altri col lenzuolo della pietà che ne copre il viso. Il partito democratico era una creatura fragile e malaticcia fin dalla nascita. Che doveva segnare, anche da noi, la definitiva trasformazione della sinistra in quel modesto collegio di sindaci e probiviri della globalizzazione neoliberista che è stata la socialdemocrazia degli ultimi trent’anni. Ma come spesso accade noi italiani siamo arrivati fuori tempo massimo. Il partito un po’ come il Federale, Primo Arcovazzi, immortalato dal film di Salce è clamorosamente fuori tempo. Mentre gli aderenti si affollano ai gazebi originali, in Inghilterra i risparmiatori si affollano agli sportelli della Northern Rock per il primo episodio di fallimento bancario, che poi tappa dopo tappa porterà al collasso del 2008. Vestiti da pifferai e trombonisti dell’economia del turbocapitalismo, dietro a Giorgio Napolitano con la mazza, i partecipanti non si resero conto di star suonando in realtà ad un funerale di New Orleans. E non se ne rendono conto, praticamente, fino al devastante, per loro, esito, del referendum che avrebbe dovuto, appunto, sancire la trasformazione della Costituzione in un patto parasociale scritto dalle banche d’affari. Anzi molti, la maggioranza di loro e anche dei loro elettori, è tutt’oggi convinta di essere di sinistra anzi di essere la sola sinistra possibile. Poco conta che in quella corsia di ospedale siano morti i socialisti greci, che quelli francesi siano ridotti a larve, che quelli spagnoli, tedeschi, austriaci, olandesi siano da tempo ridotti a donatori di sangue per governi di centrodestra. Poco conta che loro stessi abbiano vissuto tutti questi dieci anni o suonati da tremende sconfitte elettorali ( che meraviglia, a proposito di fake news, le due righe dedicate da Repubblica nella sua storia del partito alla batosta del 2008 per poi passare, enfatici e senza un plissé, ai 2 milioni e mezzo del Circo Massimo) oppure impegnati in governi con il vecchio nemico assoluto. Loro e i loro cantori incapaci di capire la relazione tra i due titoli affiancati della prima pagina della Stampa. Quello sulla scissione 5 colonne e una sola al secondo: la Grecia di nuovo al collasso, salvataggi falliti. Basta capire questo e tutto diventa così semplice.
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