venerdì 12 maggio 2017
Il fantasma della libertà
Bunuel aveva fatto un film geniale, Il fantasma della libertà, che si apriva con i rivoltosi che urlavano Viva la catena e finiva con lo sguardo attonito di uno struzzo sui rumori di una repressione di piazza. Lo struzzo, quello della testa sotto la sabbia. Questo è in soldoni il programma del partito laburista di Corbyn alle prossime elezioni. Rinazionalizzazione delle ferrovie perchè i privati non hanno a cuore gli interessi dei passeggeri. Dell’energia elettrica per imporre una conversione rapida alle rinnovabili per combattere il cambiamento climatico. Un impegno a costruire centomila nuove abitazioni popolari ogni anno con fondi pubblici. L’abolizione delle tasse universitarie, oggi fissate a 9000 sterline all’anno. La fine del processo di privatizzazione del sistema sanitario nazionale che verrebbe rifinanziato con 6 miliardi di sterline all’anno. L’aumento dei fondi per il welfare di un miliardo e seicento milioni. L’abolizione dell’aumento dell’età pensionabile a 66 anni. Investimenti pubblici fino a 250 miliardi di sterline per creare un milione di posti di lavoro di alta qualità, l’abolizione dei contratti di lavoro a zero ore, l’aumento delle tasse per i redditi sopra le 80mila sterline. Il divieto di missioni militari all’estero finchè ogni alternativa diplomatica non sia stata esclusa. Potrai dire che è un libro dei sogni. Ma almeno non è il libro degli incubi del neoliberismo ed è come si vede l'opposto esatto del populismo di destra. Ma "ovviamente" non va bene perchè troppo di sinistra e quindi avrà meno del 30% dei voti. Quindi. Se c'è un fascista noi di sinistra dobbiamo votare il banchiere, gratis. Se ci sono i conservatori pro brexit invece, i benpensanti remainers, che sono il 49%, più tutti quei bravi giovani che non sono andati a votare ma che ci hanno a posteriori rugato le palle con il loro futuro europeo, pur di non sporcarsi le manine con i diritti dei poveri, lasciano vincere i brexiters della May. Io mi sono stufato degli struzzi
martedì 9 maggio 2017
L'arc de triomphe
E’ dal tempo di quella di Obama che non si vedevano erezioni paragonabili. Le torri Eiffel della speranza e del compiacimento svettano su un panorama che era stato fin qui mesto e pesto. Ora, che questa tumescenza si verifichi non per Obama ma per Macron è già un segno dei tempi. Dal primo presidente nero di un paese ad una generazione dall’apartheid, ad un banchiere a più due secoli dall’arricchitevi di Guizot. Comunque il problema non sta negli esordi. A differenza di tutti i colleghi per cui le elezioni sono uno straordinario momento di coscienza popolare solo se vanno come uno spera, io non mi metterò certo a dire che i francesi hanno sbagliato, o che sono ignoranti come gli americani e gli inglesi di Trump e della Brexit. Prendo atto che posti di fronte ad una scelta chiara hanno chiaramente scelto. Hanno, certamente, ottime ragioni. Una delle quali, e questo va sottolineato, che, a differenza degli anglosassoni che non l’hanno mai provato sulla pelle, sentono ancora il valore della pregiudiziale antifascista. Da italiano, come ho ricordato nell’ultimo contropelo questa pregiudiziale da noi è tanto dichiarata quanto risolutamente disattesa almeno dal 1993, ne sono felice e spero che tutti i macroniani locali la vogliano applicare nel prossimo futuro. In senso generale il voto di Parigi indica che l’ondata populista, per ora e per un verosimile futuro, non raggiungerà i palazzi del potere. Ha quindi ragione Munchau a scrivere che il voto francese è la prima vera buona notizia per l’Unione europea dall’inizio della crisi del 2008. Capisco un po’ meno l’entusiasmo di chi si considera di sinistra, all’idea che le macerie della crisi, il carnage avrebbe detto Trump, si lascino dietro un Europa più a destra in ogni senso. I Conservatori inglesi, sconfitti nel referendum da loro indetto, banchetteranno sul cadavere di labour che ha fatto sull’argomento il pesce in barile, perdendo sia i brexiters proletari che i remainers intellettuali. La Spagna, rifiutando l’accordo Podemos Ps, si è riconsegnata a Rajoy. La Francia passa da un soi disant ma comunque socialista a un tecnocrate dichiarato, mentre la sua destra si trasforma da gaullista a lepenista. L’Italia vede il suo voto costituzionale, totalmente ignorato e irriso dalle istituzioni, con lo sconfitto in capo che torna a dettare tempi e legge. Ecco: il problema non sono gli esordi sono gli sbocchi. Otto anni di Obama ci hanno portato a Trump, segno che qualcosina non deve essere andata come l’abbiamo raccontata. Otto anni di crisi da questo lato dell’Atlantico ci portano a Macron, cioè al cambio di locomotiva ma sullo stesso binario ideologico da cui veniamo. E su cui correranno probabilmente più forti. Io ho deciso. Vado anch’io sanza meta, ma da un altra parte
giovedì 4 maggio 2017
Il secondo fronte
Una domanda, se volete provocatoria. Marine Le Pen è, oggi, più o meno fascista dello schieramento che ha vinto tre volte le elezioni in Italia, Berlusconi, Fini e Bossi? Secondo me lo è meno e quindi faccio davvero fatica a sopportare questo pseudo spirito da Union sacrée che coinvolge perfino persone di solito attente come D’Arcais o Giglioli, tutti intenti a fare distinzioni gesuitiche sulla barriera da opporre in Francia. Ora, a parte che noi in Francia non votiamo e, quindi, tutta questa agitazione mi pare solo destinata a seminare il terreno per un analogo appello anti 5 stelle quando il momento verrà, se qualcuno può strillare all’Union sacrée sono i paesi che l’hanno praticata, ad esempio proprio la Francia ai tempi di Jean Marie Le Pen, fascio vero e bollinato e difatti sui palchi insieme a Gianfranco Fini. Ma noi italiani? Noi che abbiamo benedetto, dall’Avvocato all’intera batteria delle firme del Corriere, il Cavaliere e il suo codazzo di Calderoli e Borghezio, di Gasparri e Alemanno e La Russa? Definiti come una rivoluzione liberale, non appena bevuta un mezzo bicchiere di Fiuggi. In cosa costoro erano meno fascisti o razzisti dell’attuale Front National? Ripeto secondo me lo erano di più. E più pericolosi dato il potere mediatico e il servilismo italico. Mi direte: e che c’entra noi ci siamo opposti a quella gentaglia e quindi ci opponiamo anche alla Le Pen. Ci sto, allora espungo D’Arcais e Giglioli, ma non uno solo di coloro che hanno militato o votato per il PD dal novembre 2011 ad oggi, visto che con quella gentaglia avete governato e in parte scritto la fortunatamente bocciata riforma della Costituzione. Eppure vi sento e vi leggo. Vi siete strappati la striscia imbevuta di Chanel numero 5 da sotto il delicato nasino e annusate il fetore di oltralpe con voluttà da tartufari. Fate attenzione però a non buttarla perchè con Berlusconi e i suoi vi toccherà rifare accordi e governi nel prossimo futuro, dati i numeri. E qui vengo alla domanda retorica fatta da Giglioli in un suo post su Facebook, chissà se si sarebbero fatte tante pulci alla Le Pen se avesse dovuto battersi domenica con Melenchon. La risposta, parecchio irritata, confesso, sta in quanto scritto finora. Tre volte l’Italia ha scelto loro e dall’altra parte c’erano innocui personaggi come Occhetto, Rutelli e Veltroni. E allora perchè, perchè ancora una volta stregati dal ricatto del meno peggio facciamo finta di non sapere che il nostro voto viene sempre chiesto gratis, come sacrificio alla patria. Chi scelsero la Gran Bretagna e la Francia del Fronte popolare in Spagna, tra gli sgherri di Franco e Garcia Lorca? Chi scelsero tra i poveri cechi e il male assoluto hitleriano? Dove furono le sanzioni alla cubana contro Pinochet o Videla? Se volete il fronte unito contro il fascismo deve essere a doppio senso, come quello di Churchill Roosevelt e De Gaulle. Contro Hitler perfino con Stalin. Per meno di così, cavatevela da soli.
martedì 2 maggio 2017
Macronfagi
Guai se nel nostro corpo mancassero i macrofagi, gli spazzini del nostro sistema immunitario. E guai se i Macronfagi non stessero lavorando alacremente di scopa nella società. Continuerebbe a perpetuarsi l’equivoco di questa sinistra non sinistra che va da Orlando a Varoufakis, da Michele Serra a Tony Blair, e di cui io non faccio più, orgogliosamente, parte. Avendo citato il compagno di sdraiate, le sue metaforiche, le mie reali, non ci si può esimere, dopo la mia affermazione, dal rievocare il titolo di una memorabile rubrica del vecchio Cuore, quando ancora una stilla di sangue correva nelle sue arterie. E chi se ne frega. In effetti: chissenefrega. Non fosse che io sono uno come tanti, una milionata alle primarie del Pd, circa un terzo rispetto alla volta precedente, non più interessati all’oggetto. Disinteresse reciproco, per altro. A loro non gliene può fregare di meno di noi. Hanno provato a farcelo capire con le loro scelte strategiche, ma in tanti hanno continuato ad ingoiare la medicina fino a risultare totalmente vaccinati al morbo delle ingiustizie sociali, in soldoni quel milione e otto che ha consapevolmente scelto il partito di Renzi dopo averlo assaggiato per tre anni, quelli che voteranno Macron dopo 5 anni di Hollande e Valls. Quando si sono accorti che altri resistevano, hanno deciso con rocambolesca saltinbancheria di dargli dei fascisti. Lo schema probabilmente riuscirà in Francia, è fallito da noi al referendum, chissà alle elezioni, ha un enorme sostegno dei media e degli intellettuali ma ovviamente è paradossale. Se un fascista vero difende oggi qualcosa che fu strappato, col sangue, ai fascisti veri ieri, se lo difendete pure voi allora siete fascisti. C’è della follia in questa logica. Ma c’è anche la logica. In fondo delle tre grandi risposte individuate da Gramsci al problema della modernità, comunismo e fascismo hanno fallito e solo l’americanismo è rimasto in campo. Quella roba lì per cui Obama prenderà adesso 400mila dollari per ogni ora di discorso, in cui ci spiegherà sussiegosamente che cosa bisogna fare per evitare che uno come Trump vinca le elezioni. Vai con la scopa.
martedì 25 aprile 2017
L'ultimo spettacolo
Ormai la direzione di marcia, forse non l'approdo, ma ci credo poco, è chiaro. La grande crisi dell'economia neoliberista e delle sue strutture di potere e comando si concluderà con un feroce spostamento a destra degli equilibri politici, senza che questo spostamento a destra si spinga abbastanza in là da creare uno squilibrio decisivo. Nel contempo la vecchia sinistra che si è compromessa con il sistema, avendo archiviato l'idea di controllarlo, pur di mantenere le sue posizioni di potere esce annientata per sempre. Elezione dopo elezione i dati si confermano i vecchi partiti socialisti, pur partendo spesso da posizioni di governo, precipitano verso, o direttamente, a percentuali a una cifra eppure non appena subita la batosta e mentre proclamano a gran voce di aver “capito” la lezione si precipitano a confermare tutte le politiche che li hanno portati lì, tipo il votate Macron al secondo turno, denunciando in questo modo la loro completa estraneità al mondo che li circonda. Quelli che non solo hanno “capito” ma ci hanno “pensato su”, diciamo la sinistra da Melenchon a Massimo D'Alema, passando da Tsipras e Corbyn, pensano di poter affrontare tempi di ferro con la stessa morbidezza con cui si avvolsero nei velluti della inesistente terza via. Non hanno il coraggio di affondare le mani nella merda e nel sangue della politica, secondo la vecchia formula di Rino Formica. E oggi la merda e il sangue sono le pulsioni identitarie, i razzismi, gli sciovinismi, i nazionalismi, i protezionismi,le xenofobie risorgenti. Questo no strillano, come demi vierge scandalizzate. E poi, ovviamente fanno il decreto Minniti ma nulla che possa turbare i mercati. E certo che no, certo che no. Ma le risposte! Non le domande! Non la domanda che chiede, disperata, protezione, aiuto, sicurezza. E' tempo di esercitare da sinistra la stessa spregiudicatezza che viene esercitata da destra. Non si può dire voglio un articolo 17 e mezzo, si deve dire voglio il 18 e mezzo. Perchè se no, ormai è chiaro, elezione dopo elezione la scelta reale che viene lasciata agli elettori è tra una destra ferocemente liberale, finanziaria, individualista ed una destra ancora più destra, verso l'infinito e oltre, Tra Trump e Clinton, tra i conservatori e l'Ukip, tra Wilders e Rutte, tra Macron e la Le Pen. Tra Renzi e Berlusconi. E gli elettori dimostrano di essere abbastanza disperati da affidarsi sempre di più alla destra che più destra non si può. Qualche volta vince: in America, al referendum inglese, qualche volta perde: in Olanda, in Austria verosimilmente in Francia, ma sempre dopo aver imposto uno spostamento dell'equilibrio impressionante. Sarebbero abbastanza disperati da affidarsi a una sinistra che fosse tale, che proponesse, credibilmente, soluzioni altrettanto drastiche ma opposte, che fosse pronta a infilare le sue mani nel calderone rovente a rischio di scottarsi? A parte Minniti o la Boschi, cosa avete da perdere nel provarci?
mercoledì 19 aprile 2017
La pillola rossa
Questo me lo hanno strappato dalle mani. Stavo leggendo l'ennesimo articolo sulle diseguaglianze e mi sono arenato sull'ennesima ripetizione della frase “ che hanno portato alla nascita dei populismi”. Ecco, signori, no. Non è questo che ha portato alla nascita dei populismi, qualunque cosa questa parola esprima a seconda delle diverse situazioni. Non sono le ineguaglianze. E' la scomparsa delle alternative non populiste per, non dico risolverle, ma affrontarle. Il populismo non è solo una reazione “antiscientifica” come, ad esempio, la mania anti vaccini che ci circonda. Non è solo un ritorno a credenze magico irrazionali, come l'affidarsi a un dio di fronte al fallimento inevitabile di una soluzione scientifica ad un problema di salute. E' anche il ricorso ad una medicina sapienziale, alternativa, prechimica, quando ti viene impedito l'accesso alle normali medicine che in parte funzionavano (anche se poi, alla fine, si muore comunque). Per quasi mezzo secolo si è lavorato, quasi esclusivamente, ad eliminare queste medicine, a stroncare ogni esperimento, a cancellare ogni prescrizione del farmaco anche in piccole dosi, partendo dall'assunto che se prendi 20 grammi di aspirina muori e quindi se ne prendi uno muori uguale. Gli esperimenti sono stati fatti finire coi carri armati dove si poteva(in Cile) con i mezzi della finanza dove non si poteva (nella Francia di Mitterand) con la moltiplicazione della minaccia nucleare quando serviva (nell'Urss di Gorbaciov) con lo snaturamento e la mutazione genetica di partiti e sindacati (ovunque). Tutto e sempre per cancellare chiunque e qualunque cosa volesse mettere in discussione i concetti di profitto e proprietà dei mezzi di produzione e parlare di redistribuzione e stato imprenditore. Può essere che fosse giusto così. Può essere, anzi è stato dimostrato, che la medicina nelle dosi prescritte dai sacri testi fosse talmente tossica e con tanti effetti collaterali negativi da far preferire la malattia. Ma ecco, sia chiaro, l'acqua che è stata buttata con il bambino dentro non era la malattia, era “una” cura. La malattia, di cui l'ineguaglianza è solo un sintomo, gli altri sono lo svuotamento della democrazia e la crisi climatica, è stata lasciata libera di espandersi. Dopodichè che i malati si affidino agli stregoni, a quelli che predicano l'odio per il diverso da Parigi a Istanbul, da Washington a Tora Bora, che si affidino a risposte così bizzarre e maleducate, signora mia, è solo una conseguenza. Ci rimpiangerete.
lunedì 17 aprile 2017
La presa della pastiglia; blu
E' una rivoluzione. No , maestà, è una rivolta. Ho intenzionalmente rovesciato il dialogo tra Luigi sedicesimo e il duca di Liancourt alla presa della Bastiglia. Siamo a una settimana dal primo turno delle presidenziali francesi, ad un paio dalla clamorosa capitolazione di Donald Trump di fronte all'offensiva congiunta dello stato profondo e dell'intellighenzia democratica. Una tenaglia irresistibile che ci consegnerà il peggio di due mondi, l'imperialismo militare dei neocon clintoniani e l'arretramento alt right sui diritti civili garantito dal nuovo giudice costituzionale, l'avventurismo del dilettante e il medioevo antiscientifico che ci porterà alla catastrofe climatica. Ma nella capitale dell'impero non sono consentite deviazioni, improvvisazioni. Siano i no global degli anni di Bill, quelli di Occupy Wall street degli anni di Obama, figuriamoci l'eresia isolazionista di Bannon. Il sospiro di soddisfazione di chi pensa di aver vinto la battaglia per impedire la deriva antidemocratica si mischia alla risata sommessa delle sigle davvero vincenti FBI, CIA, NATO. Il rintocco della Liberty Bell americana è quindi stato fesso, come sempre nella storia del meraviglioso paese, durato quelle poche settimane, come tra la fine della sua apartheid e la guerra in Vietnam Quella americana si è quindi dimostrata una rivolta. Possono essere terribili, sanguinose, lunghe, ma le rivolte sono sempre domate, si spengono sempre. Perchè in fondo le rivolte mirano sempre al ripristino, al ritorno di una età dell'oro. Non sono rivoluzioni che condannano l'esistente e il preesistente in nome di un futuro diverso, se non migliore. Infatti di rivoluzioni ne abbiamo avute due in 228 anni. Il repentino tracollo della rivolta trumpiana fa scalpore, però, solo per la rapidità. Il fallimento di una ricetta nata all'interno della stessa logica che ha originato la malattia non poteva e non può essere una sorpresa. La miopia di una sinistra che di fronte all'insorgere dei populismi, invece di sfidarli spostando l'attenzione dei disperati verso i veri bersagli, si è trincerata nella difesa dell'ordine esistente come minore dei mali adesso la costringerà a battere le manine ad ogni lancio di tomahawk. Invece di cogliere l'occasione di mostrare al mondo la crepa creata dalla contraddizione di sistema, tutti i cervelli si sono muniti della cazzuola per spalmare il cemento della mancanza di alternative. Di fatto dichiarando la propria totale inutilità. Adesso normalizzato Trump, basta attendere l'ultimo tornante. Tra tre settimane il ballotaggio francese. L'ultimo rischio di andare davvero fuori strada. Di vedere davvero la contraddizione che spacca l'edificio. Poi la grande occasione della crisi sistemica sarà andata perduta. Lenin sarà rimasto a giocare a scacchi in riva al lago, Robespierre continuerà a fare l'avvocato ad Arras. Ci daremo appuntamento alla crisi climatica, quando arriverà. Chi sarà così sfortunato da esser vivo a quel tempo.
venerdì 7 aprile 2017
Arcobalenghi
La pallina impazzita del flipper preannuncia il tilt. Pietroburgo,Idlib, Al Shayrat e Stoccolma. Noi, loro, il nemico del mio nemico, l’amico del nemico del mio nemico, mentre pezzi di esseri umani frullano nell’aria. Noi possiamo fare poco, ma non stiamo facendo niente. Quindici anni fa, tre volte la durata della prima guerra mondiale, più del doppio della seconda, sul tavolo c’era figurativamente la testa di un altro osceno dittatore, sterminatore del suo popolo, utilizzatore di armi chimiche. Eppure mentre Bush si apprestava a fare salsicce halal di una nazione, milioni di uomini e donne sfilavano avvolti nelle bandiere arcobaleno, arcobaleni che pendevano quasi allegri dalle finestre di una casa su due. I giornali come sempre clamorosamente incapaci di leggere il presente parlavano addirittura di nascita di una superpotenza, l’opinione pubblica. C’era un papa che fulminava condanne ai guerrafondai, c’erano paesi dotati di storia e memoria, guidati da gollisti o socialdemocratici, che dicevano di no, a rischio di vedersi boicottate le patatine fritte. C’era gente che pensava al fare e alle sue conseguenze, che pesava anche sulla bilancia traboccante del torto, il torto minimo di perseguire un paese e un uomo proprio per l’unica cosa che non avevano fatto, per l’unica minaccia che non costituivano. Sapendo che la perquisizione illegale, in uno stato di diritto, annulla il valore della prova ritrovata. Su tutto questo, certo, si è spalmata la marmellata dell’abitudine. E poi la banalità del bene. L’elegante, distinto, charmant ex inquilino della Casa Bianca. Davvero uno tutto chiacchiere e distintivo. Per cui oggi si può scrivere, temo credendoci davvero, che i tomahawk di stanotte sono un cambio dalla politica di Obama che usava “solo” i droni. Detto così pensi al giocattolino che fa le foto aeree al matrimonio non a una bestia da undici metri, che ti spara nel piloro un Hellfire o una Paveway con una testata più grossa del Cruise. E infatti nessuno sfila. Tutti si sfilano. Una bandierina, non tutte, sul profilo, la fotografia di un monumento colorato, non tutti, un segno di spunta sui posti da vacanza o weekend da evitare per i paurosi, o da sfruttare per un bel ribasso dell’albergo. E l’orrendo cialtrone criptofascista, il dilettante allo sbaraglio, l’anomalia repugnante, l’uomo di paglia del Cremlino, quello che deve cadere per salvare la scintillante democrazia con un impeachment, quale che sia la motivazione, quando attacca senza prove un paese senza dichiarargli guerra, op! torna ad essere il gendarme del mondo e noi, a Stoccolma solo per mezza giornata, ci sentiamo tutti contenti perchè il business è as usual. Arcobalenghi.
mercoledì 5 aprile 2017
La linea d'ombra
L’ho detto e lo ripeto. Io la storia della Russia non la capisco. E siccome non la capisco tendo a pensare che dietro ci sia altro. Ma forse mi devo rassegnare, come mi capitò quando studiavo la storia della Riforma protestante. Lì davvero si scannavano perchè uno credeva che Gesù Cristo fosse già nel pane prima della consacrazione e un altro invece che ci entrasse solo dopo. Poi ovviamente qualche principe se ne approfittava per ridisegnare i confini. Ma era vero. E quindi forse è vero che la Russia è oggi il principale problema del mondo. E che l’influenza che Mosca può avere sull’attuale imperatore d’occidente sia il terreno di scontro reale. La Russia di oggi. Da sfidare. Forse da travolgere militarmente. Tra Navalny e una bomba a Pietroburgo, tra una isteria mediatica, che manco ai tempi dei Rosenberg, e la ricerca del casus belli in Siria. La Russia che starebbe dietro, rubli alla mano, a tutti i populismi, come stava dietro a tutti i comunismi. Una guerra che noi, be insomma noi, combattiamo a suon di rivoluzioni arancioni e loro soffiando sui fuochi lepenisti o grillini, dopo aver centrato il bingo del Manchurian candidate alla Casa Bianca. Cui adesso l’idiozia di Assad, se vogliamo crederlo un idiota che nei giorni pari è al guinzaglio dei russi e in quelli dispari fa quello che gli pare, offre su un piatto d’argento l’esca avvelenata del gas. Riportandolo esattamente lì dove stava Obama nel 2013. Sull’orlo del confronto militare. I precedenti non sono esaltanti, dal golfo del Tonchino alle armi di distruzione di massa di Saddam, fino, appunto alla strage del 2013. Di cui, se vogliamo essere generosi, possiamo dire che non sappiamo chi la eseguì, anche se è praticamente certo che fu appunto il tentativo di dare un pretesto all’intervento. Ma oggi un Trump salito al potere anche per rovesciare la politica del duo Obama Clinton, si ritrova incitato dai soliti noti, tipo Hollande, a dover considerare cosa fare esattamente nella stessa direzione di marcia. I gas di Assad, ufficialmente distrutti sotto controllo Onu, con annesso nobel per la pace agli smantellatori dell’arsenale, mai usati mentre i tagliagole gli circondavano il palazzo e usati adesso, nel giorno alterno dell’idiota, mentre tutti ormai si erano rassegnati a lasciarlo a Damasco. Lo dico e lo ripeto. Io questa storia non la capisco. Ma inizio a credere che sia la vera storia.
lunedì 27 marzo 2017
Lo chiameremo Jeeg Robot?
Se siete convinti che la google car servirà a farvi parcheggiare con comodo siete degli illusi. L’obiettivo è quello di eliminare un altro snodo del lavoro umano, i camionisti. Che hanno la sgradevole abitudine di fare pipì ed aver fame di tanto in tanto, e se poi possono dormire magari evitano la strage in autostrada. Google truck questi bisogni ovviamente non li avrà, così il camion correrà, come quello di Duel, 24 ore su 24 al nostro inseguimento. Tra il 25 e il 40 % dei posti di lavoro tra 15 anni saranno a rischio di sostituzione artificiale, dice l’ultimo rapporto della Pricewater and Coopers. Questo non significa un’ automatica ed equivalente caduta del lavoro umano, perchè altri tipi di lavori sorgono di continuo, io cito sempre il settore dei videogames. Ma il dato è di quelli con cui dovremo e dovranno soprattutto i giovani confrontarsi per capire a chi andrà il dividendo della automazione. Perchè il punto è sempre questo. Se il lavoro non umano costerà inevitabilmente meno e produrrà presumibilmente di più, non è affatto detto che ciò debba essere un male per gli umani. A patto che quei risparmi e quella maggior produttività non vengano sequestrati e tesaurizzati dai soliti noti. Ma siano redistribuiti. E non sotto forma di reddito di cittadinanza, che ci trasforma in puri consumatori a livello di sussistenza, dando sbocco alla produzione robotizzata e moltiplicando i profitti. Ma in maggiori risorse pubbliche per un welfare sempre più caro, pensiamo alla medicina di avanguardia e in tempo libero dal lavoro. Meno ore, meno giorni di lavoro a parità di salario. L’Utopia keynesiana, le tre ore di lavoro giornaliero che ci sarebbero bastate per vivere in modo soddisfacente lasciando il resto del tempo ad una espressione libera di sè, che può ovviamente anche essere ulteriore lavoro, ma non più nello scambio asimmetrico tra prenditore e prestatore d’opera. Insomma il robot potrà essere strumento ancora più micidiale di ingiustizia ed ineguaglianza oppure una grande occasione di liberazione. Noi schiavi degli automi o loro al nostro servizio. Di tutti, non di 8 o 10 persone. Per riuscirci bisognerà lottare, come lottarono gli operai della prima industrializzazione. Io non so se farò in tempo a vedere la strada che sarà imboccata. Mi raccomando non fate scherzi.
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