martedì 10 gennaio 2017
Una stretta di mano
Quattrocentodiecimila. Fatevela rotolare in bocca, questa cifra, assaporatela come un buon rosso invecchiato. Sono i ragazzi, i non più ragazzi, i praticamente adulti che si sono iscritti al concorso per ottocento posti di assistenti giudiziari. Ci sono anche i miei figli là in mezzo, anche se la folla, l’1% dei votanti in questo paese, mi impedisce di scorgerli. E quindi ci sono laureati in legge, con i master in procura o l’abilitazione da avvocati, i borsisti universitari, insieme ai colleghi delle altre facoltà, e ai semplici diplomati. A bramare un piccolo posto da impiegato, perchè questo alla fine è diventato il famoso concorso per cancellieri, un’altra delle milllanterie del Bomba. Ma comunque una base su cui costruire invece che una vita da precari, o da benestanti a carico, una vita da lavoratori poveri, quelli che la fine del mese sarà sempre una conquista, ma le prime tre settimane son garantite. Tra questi quelli come i miei che hanno speso tra iscrizioni, tasse, libri e corsi post laurea circa diecimila euro a testa. Hanno una possibilità su 500. Messa una fiches da 10mila sul 17 nero le possibilità sono un po’ meno del 3% e la vincita sono 350mila euro, più o meno una quindicina di anni dello stipendio netto in palio. Ora, come giudicare un paese che costringe i suoi figli a questo genere di scommesse? Che mette insieme una intera classe di età, quel numero più o meno sono i nati in un anno, la popolazione di Bologna o Firenze con i sobborghi a sognare quel “colpo” di fortuna? Come giudicare chi ci ha pilotati in questa crisi, con la bocca sempre piena di lo stiamo facendo per i nostri figli. Vi tagliamo le pensioni per i vostri figli, vi leviamo l’articolo 18 per dare lavoro ai vostri figli, tagliamo le spese dello stato per non gravare sui vostri figli. Ecco, bisognerebbe prenderli e portarli davanti a quella folla, obbligarli a guardarli ognuno negli occhi, a stringergli le mani, 410mila volte di fila fino a che le loro siano state stritolate.
lunedì 9 gennaio 2017
Un fantasma si aggira...
Quando ero giovane c’erano i compagni di strada e gli utili idioti. Erano, di fatto, le stesse persone diciamo quelli che avevano calato gli occhiali da sole dell’ideologia in modo da non vedere quello che succedeva dall’altra parte del Muro. Intellettuali, filosofi, politici che senza saperlo, oppure pagati senza che noi lo sapessimo, ammantavano di nobilità stalinismi di primo e secondo piano. Colombe della pace disegnate sui t62 di Praga o sugli SS 20. E questo riesco a capirlo. Riesco a capire la polemica anche sprezzante verso un Sartre o un Picasso, che dall’altra parte avrebbero vegetato in un gulag. Ma oggi i compagni di strada e gli utili idioti non sono più i maitre a penser della sinistra occidentale ( del resto non ce ne sono più) . Sono i Trump, la Le Pen, forse Grillo e Salvini. E dall’altra parte non ci sono i carri armati pronti a marciare sul passo di Fulda e il potente blocco di un miliardo e passa di comunisti che agitano le bandiere rosse della rivoluzione e della fine del capitalismo. C’è Putin. Che non sarà innocuo, ma certo non è una alternativa globale al sistema. Ora, al netto delle tristi senilità di chi parla di un serpente a sonagli e di una ferita nell’Europa, di cosa parla la stampa mondiale nella sua paranoia anti russa, che sembra uno di quelli allarmi pandemici che servono a vendere gli antivirali. Come può, davvero, il Cremlino condizionare le elezioni americane o quelle europee? Può scatenare una rivoluzione arancione a Parigi o a Roma con tanto di cecchini importati, coma abbiamo fatto noi in Ucraina? I suoi hacker possono creare notizie false, certo. Ma ce ne è bisogno, quando quelle vere, dalle mail di Podesta a quelle di Hillary, ai leaks sul ruolo di Juncker nel favorire i paradisi fiscali, le autobiografie di Hollande, per non parlare di chi da noi diceva che Monte Paschi era un affare su cui investire o che il Job act ha rilanciato l’occupazione, bastano e avanzano per denigrarne gli autori. Certo possono farle apparire, ma la domanda è: sono fatti inventati, oppure cose vere che la nostra libera stampa avrebbe dovuto portare all’attenzione delle opinioni pubbliche per informarle prima di un voto? E quand anche? Di cosa stiamo accusando l’orco russo? Di preferire governi che non lo considerino il titolare dell’ultimo Impero del male? Di gente che dovendo proprio scegliere tra lui e l’Isis, sceglie lui? Ecco, questo non riesco a capirlo
sabato 7 gennaio 2017
Rouge et noir
Quando mi capita di dire, l’ultima volta in Apocalypse no, che la sola speranza, oggi, viene dalla disintegrazione del ceto politico ideologico che sostiene di incarnare l’ultima, smunta, evoluzione della sinistra, lo faccio pensando ad interventi come quelli di Staino e Salvati. Gente che ha disceso, con balda consapevolezza, tutti i gradini della piramide dei diritti costruiti dai nostri padri e che arrivati al piano terra del job act distribuisce ai compagni di strada picconi e martelli pneumatici. Il tristo cartonista, intento ad affondare per la terza volta il giornale fondato da Gramsci, che attacca la Cgil per la sua scelta di dire no al referendum e, incredibile dictu, di voler restaurare le garanzie sul lavoro, invece di educare i dipendenti a prendere l’ombrello nel deretano, come da insegnamento dell’assai più nobile Altan, ricordandosi di agitare le anche per favorire la penetrazione. Il pensoso economista, deluso dal fallimento del disegno maggioritario del Pd, adesso spiega come l’unico destino della sinistra sia di farsi junior partner di un grande coalizione con il centrodestra per combattere i populismi, come accade in Germania, Austria, e come accadrà in Francia. Cioè, accecato dal suo stesso spin, proseguire, senza accorgersene, sulla stessa strada dei governi Monti, Letta e Renzi che sono state, appunto, larghe e spesso oscene, coalizioni tra la “sinistra” di governo e pezzi della destra berlusconian-affaristica e Bocconi delle più terrificanti teorie economiche che ci hanno infilati nella crisi, con la sinistra sempre in funzione di portatrice di voti, più o meno inconsapevoli. Insomma, nonostante le sconfitte, ci invitano a proseguire nella classica e perdente tattica della martingala. Raddoppiare la puntata persa perchè prima o poi il rosso uscirà. Dove si rischia all’infinito per portare a casa, se va bene, il doppio della puntata iniziale. Ma solo se si hanno a disposizione soldi infiniti e di solito esce il nero. Finchè questi pessimi suggeritori non saranno accompagnati alla porta, evitate il casinò
giovedì 29 dicembre 2016
Il mondo rovinato dai ragazzini
E’ vero che tra Natale e la Befana vorremmo tutti essere bambini, ma il tasso di infantilismo nel mondo politico sta superando il livello della mia sopportazione. Prendiamo Obama. Un bambino viziato. Ha avuto otto anni di tempo sulla poltrona più importante del mondo e, solo mentre scarta gli ultimi pacchetti sotto l’albero si accorge che la questione medio orientale non si risolverà mai fino a che non sarà stata cauterizzata in qualche modo la ferita iniziale che sta suppurando dal 1967. Ma lo fa da bambino viziato , che ha aperto il pacco e trovato la sciarpa di lana. Batte i pugnetti sul tavolo, batte i piedini sotto il tavolo e consegna al mondo, dopo aver scatenato la rabbia degli arabi, con il delirante discorso del Cairo, anche quella degli israeliani con il voto alle Nazioni Unite. Ma c’è il sospetto che nulla gli interessi davvero, se non rendere complicato l’esordio presidenziale di Trump. Obama, che incurante dell’asfaltata micidiale del partito anche alla Camera e al Senato fa il bullo di Chicago. Io avrei vinto il terzo mandato. E se non abbiamo vinto non è colpa delle mie politiche ma dei potentissimi hacker russi. Come Renzi. Ormai gli illusionisti sono così impegnati a frullare le mani, per distrarci dal trucco, che sono loro a distrarsi, a prendere sul serio il loro stesso spin. Otto anni meravigliosi. Così come i mille giorni da libro del nostro bullo fiorentino. E se la gente non è convinta, se dal cilindro invece del coniglio esce un fazzoletto sporco come il salvataggio di MPS, allora ha ragione Brecht. Cambiamo la gente. Ce lo ha detto il conte Gentiloni. Il risultato del referendum non si cancella ma non si cancella neppure il lavoro del governo, che, infatti, è identico. Se non vinco porto via la palla. Io gliela darei pure, purchè se ne andassero davvero.
martedì 20 dicembre 2016
Sbucciando Cipolla
Chi ha avuto la pazienza di seguirmi sa che a me dei ladri e dei disonesti importa assai poco. Per questo quando vengo sollecitato dalle richieste di intervento su questo o quello scandalo non mi eccito. Un Marra o una Moretti, un tenebroso lascito della destra nell’amministrazione capitolina o una imbranata assenteista ladylike in Veneto mi strappano un ghigno o poco più. Non è politica è malcostume. Pago, con le mie tasse, giudici e finanzieri perchè se ne occupino. Quello che mi interessa è come la gente governa. E quindi mi interessa la dichiarazione di Poletti e non quella di Giachetti e mi interessa la bocciatura del bilancio del comune di Roma. Poletti perchè è un modo con cui la gente, magari obnubilata dalle tabelle istat e da quelle inps su occcupati, disoccupati e scoraggiati, può capire con chiarezza cosa il governo pensa dei lavoratori e dei giovani e perchè fa quel genere di politiche, magnificandole anche dopo la bocciatura referendaria. Il bilancio del comune di Roma affondato dai revisori perchè è la sconsolata ammissione della incompetenza elevata a virtù. Cioè del motivo per cui i 5 stelle hanno, in questo paese, appena il 25% e non, come sarebbe logico dato Poletti e tutti quegli altri, il 40. Sono ormai molti gli anni passati a raccontare di una pretesa superiorità morale che, cari ragazzi pentastellati, è ben poco difficile da rivendicare di fronte a questi politici di professione. Anni buttati a dirsi bravo dove ti riesce facile, invece di studiare umilmente le materie complicate per farsi trovare pronti all’amministrazione e al governo quando fosse stato necessario per il bene comune. E noi, qui, sempre costretti a scegliere nel bipolarismo di Carlo Cipolla tra gli stupidi e banditi
giovedì 15 dicembre 2016
Un apologo
Una collega. Licenziata dall’azienda con l’accusa di aver abusato della 104. Mandata per strada ad una età e in un momento in cui questo significa disoccupazione certa, morte professionale. Dover ricominciare con i lavoretti e le collaborazioni a strozzagola di chi dall’alto di fatturati milionari, ovviamente si approfitta della tua condizione. Per mesi , per anni. Finchè un giudice d’appello non stabilisce che quel licenziamento è stato illegittimo, che è nullo. La collega niente aveva fatto se non esercitare un suo diritto, che è pure un dovere morale, quello di assistere chi nella tua famiglia ha un problema. La collega ha una fortuna nella sfortuna. Ha iniziato a lavorare prima che arrivasse Renzi. E quindi per lei l’abolizione dell’articolo 18 non vale. Tornerà al suo lavoro. Dopo Renzi il padrone, che l’ha licenziata ingiustamente, sconfitto in tribunale, avrebbe potuto cacciarla a calci sventolandole sotto il naso qualche mese di stipendio. Niente reintegra. Arrangiati là fuori, tra i lupi. Adesso, come sapete, pende su questa legge oscena il referendum abrogativo. E come sapete gli autori dell’oscenità, Poletti e Renzi sono pronti a rischiare il voto delle politiche pur di impedire che il referendum si tenga, pur di rinviare di almeno un anno il verdetto del popolo.”Il Jobs Act non si tocca. Reintrodurre l’articolo 18 sarebbe come dire “ragazzi abbiamo scherzato”. Il giorno dopo arriverebbe un downgrading per l’Italia dalle agenzie di rating” così virgoletta la Stampa le parole di Renzi. Le agenzie di rating contro la collega, contro di voi, contro i vostri figli. Eccola la legacy, l’eredità, la mission, il punto chiave di quel governo, di questo governo in carica. Ragazzi abbiamo scherzato con le vostre vite, con la vostra dignità, con i vostri diritti. Che sia referendum o che siano elezioni politiche, non dimenticate.
martedì 13 dicembre 2016
Segnatevi l'appuntamento
Contro la stupidità perfino gli dei lottano invano. Schiller oltre alle parole dell’ Inno alla gioia ha scritto anche questo. Pendant alla saggezza classica che vuole che gli dei rendano prima pazzo coloro che vogliono dannare. E una scelta pazzesca nella sua protervia è infatti il governo che andiamo adesso a rosolare al fuoco violento della crisi, partendo dal Monte Paschi. Segnato ancora dal priapismo egoico di Renzi. Convinto che, se si nasconde nell’ombra e promuove i sodali dell’arrembaggio alla costituzione, i 45 milioni di polli che, evidentemente secondo lui, costituscono l’elettorato italiano stavolta ci cascheranno. Che si faranno confondere dall’aspetto ininfluente del conte Gentiloni. Che non noteranno, ma il conte sbadatamente glie lo ha ricordato che “come si può vedere dalla sua composizione, il governo proseguirà nell'azione di innovazione del governo Renzi.” Quella bocciata 60 a 40. Proseguite che la strada verso il 30 è segnata. Grazie ragazzi, per qualche giorno un po’ di paura l’avevamo avuta. Hai visto mai avessero capito il messaggio, tentassero qualche manovra fumogena ed evasiva di quelle convincenti. Invece tetragoni come la vecchia mummia emerita, non hanno sentito nemmeno questo di bum. Boschi e Lotti promossi, Poletti confermato. La Madia fresca di bocciatura della Consulta, riproposta come la peperonata. Bene così. Tanto peggio, ed era davvero difficile, tanto meglio. Ci si rivede alle politiche.
sabato 10 dicembre 2016
Tappe della disfatta
Certe volte bisogna ritornare alla storia. Il partito democratico nasce nel 2007. IL suo manifesto ideologico è il discorso del Lingotto di Veltroni.”L'Europa è andata a destra, in questi anni, perché la sinistra è apparsa imprigionata, salvo eccezioni, in schemi che l'hanno fatta apparire vecchia e conservatrice, ideologica e chiusa. Ad una società in movimento, veloce, portatrice di domande e bisogni del tutto inediti, si è risposto con la logica dei "blocchi sociali" e della pura tutela di conquiste la cui difesa immobile finiva con il privare di diritti fondamentali altri pezzi di società”. Puro Renzismo in anticipo Contribuisce immediatamente al crollo del secondo governo Prodi, quando Veltroni,proclama la dottrina della vocazione maggioritaria, scatenando le ire di Mastella. Poi i giornali diranno che fu colpa di Turigliatto. Alle elezioni del 2008 il PD, pur avendo bruciato ogni spazio alla sua sinistra, viene distrutto da Berluscon. Nel 2009 il partito perde rovinosamente le regionali in Sardegna portando alle dimissioni di Veltroni. Nel 2009 alle europee, segretario Franceschini, il PD perde sette punti rispetto alle politiche. Nel 2011 il partito democratico perde le primarie per le candidature a sindaco a favore dei sindaci arancioni, che saranno eletti alla guida del centrosinistra a Genova, Milano, Napoli, Cagliari. A novembre del 2011 subisce, senza reagire, il ricatto internazionale con la regia del Quirinale che impedisce al paese di andare al voto dopo la caduta di Berlusconi. Vota con il governo Monti le riforme Fornero e il pareggio di bilancio in costituzione, dopo aver solennemente giurato, con il segretario Bersani, di non farlo. Prende atto della abolizione delle pratiche di concertazione con i sindacati. Nei 4 anni successivi pur avendo sempre tenuto la poltrona di Palazzo Chigi non fa nulla per revocare queste misure del governo Monti. Sconvolgendo ogni aspettativa il PD perde le elezioni del 2013 prendendo appena il 25, 43% dei voti in Italia, sessantamila meno del movimento 5 stelle. Ottiene la maggioranza e quindi il premio solo grazie ai voti dall’estero e a quelli portati in dote, oltre un milione, dalla sinistra di SEL con cui rompe da subito sulla vicenda dell’elezione del nuovo capo dello stato. Ottiene si il famoso 41% alle elezioni europee del 2014 ma perde poi, dopo otto anni, le regionali in Liguria. A Roma la giunta Marino viene travolta da scandali e lotte di fazione interne. Alle amministrative del 2016 perde appunto Roma, Napoli e Torino, quest’ultima appannaggio del centrosinistra dal 1993. Un brand di successo non c’è che dire. Ma nessuno, mai, che si fermi a riflettere se il problema di questa catena di fallimenti non sia l’innovazione di processo ma quella di prodotto.
martedì 6 dicembre 2016
Ossi di seppia
Tantissimi lettori mi hanno accusato di essere pieno di livore perchè non ho riconosciuto l’onore delle armi al farisaico compitino notturno di accettazione del risultato del Bomba. Come al solito era meglio avessero aspettato qualche ora, perchè dalle parti del Nazareno mi pare che siano già entrati nella solita oscillante fase tra 25 luglio, Renzi chi?, e repubblica di Salò resisteremo nel ridotto alpino. Del resto è un classico, che prese pure Napoleone.
Ma il punto è un altro, non il mio livore di vincitore, ma il loro livore di sconfitti. Come già i colleghi inglesi e statunitensi hanno immediatamente compilato l’equazione se io sono intelligente e voto si quelli che hanno fatto vincere il no sono scemi. E mica solo i miei lettori cui riconosco l’onestà dell’impegno personale, rispettabilissimo se rispettano il mio. NO io parlo dei professionisti tipo Chicco Testa o Laura Puppato e i loro tweet inverecondi sulla fuga dei cervelli all’estero o sui votanti no nella terronia e nelle zone del sottosviluppo. Apro una parentesi, io fossi milanese e avendo quindi originato Mussolini Craxi e Berlusconi, politicamente parlando starei schiscio sull’essere l’unica metropoli che ha votato si, ma non sono fatti miei. E invece i dati sociologici, cari miei, vi smentiscono, se un bel sessanta a quaranta non vi è bastato. Tre anni di retorica erasmiana sui giovani e sul cambia verso ed ecco che i giovani votano no. Tre anni di retorica contro il vecchio e la rottamazione di una costituzione, che era da settanta anni che andava cambiata, e gli unici a votare si sono i pensionati. Tre anni di retorica sull’Italia che riparte e 8 imprenditori e autonomi su 10 dicono che non è ripartito niente. E sarebbero livorosi quelli che guarda caso hanno votato esattamente in base ai parametri di occupazione e reddito, quell’oceano di no attorno ai Parioli e Centro storico. E quindi il punto, qui come a Londra o a Washington diventa il puro e semplice rispetto delle democrazia. Della rivolta delle urne, quella alternativa tra i ballots e i bulletts di cui parlava Malcom X. Quella roba misteriosa per cui un popolo, nonostante la propaganda a tutte testate, da solo si ritrova ad esprimere un parere contrario al potere. Perchè la democrazia è questo: sentire con triste meraviglia com’è tutta la vita e il suo travaglio in questo seguitare un’accozzaglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia
lunedì 5 dicembre 2016
L'odio di classe
Non credevo mi odiassero così tanto. Come la incartapecorita nobildonna di Tutti a Casa, la sera del referendum monarchia repubblica ”Perchè? perchè? vogliono così male al re?”. Questo è il punto che ha reso il discorso di addio di Matteo Renzi un sunto esemplare della sua rapidissima parabola politica. Non capire, non sapere, non vedere. Nulla al di là della propaganda, e della piaggeria dei corifei del mio mestiere. Nulla al di là delle slide e degli adoranti convegni confindustriali. Pensare che gli slogan recitati colle aspirate toscane o con l’improbabile inglese, fossero la realtà percepita dal resto del paese. Che gli hashtag, le cifre gonfiate, perfino alla fine dire 1% di crescita suvvia, i paragoni fatti scegliendo fior da fiore il momento giusto per cinguettare l’Italia riparte, le megalomanie provinciali del paese leader in Europa, schierato col broncetto sulla tolda della Garibaldi, della cosa fantastica della cena finale di gala con Obama, fossero la verità. Che la sua sola presenza, l’attivismo frenetico, il priapismo egoico automaticamente avessero restituito al disoccupato il lavoro e allo stagista la dignità. Colpa sua che come tanti prima di lui si è intossicato col suo stesso prodotto, che ha collocato tutti gli scettici nella categoria dei gufi, cioè degli iettatori. Il peggio che ha fatto però lo ha fatto ai suoi sostenitori. Eroici estensori di decine di domande al vecchio porcone di Arcore, dileggiatori del commercialista assiso al tesoro, sputtanatori delle squinzie elevate ai laticlavi, sono stati zombizzati dal suo morso. Silenti, ammirati. Col sorcio in bocca dell’articolo 18, del licenziamento dichiarato illegittimo dal giudice monetizzato da quattro soldi nel più emblematico esempio della ingiustizia di classe, milioni di ex comunisti, innamorati di Berlinguer si sono trasformati in agit prop di Marchionne, proclamando a gran voce il loro essere sinistra moderna. Oggi pure loro, incartapecoriti in appena tre anni si chiedono, perchè? perchè? vogliono così male al re? Ma qui sono in 19 milioni a vederlo nudo per quello che è stato, non un singolo ragazzino. Ve lo ricordate Totti, con le quattro dita alzate con la Juventus? Ecco, zitti e annatevene
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